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Le donne dell’opposizione siriana in visita a Roma

L’Europa deve alzare la voce e bisogna costringere Assad ad ascoltare. È quanto hanno detto i cinque membri dell’opposizione siriana che hanno incontrato i rappresentanti delle istituzione e della società civile italiani

Mentre i colloqui di pace di Ginevra sono sospesi in un limbo, con il summit di Vienna della settimana scorsa che non è riuscito a trovare un accordo sulla ripresa dei negoziati, e il cessate il fuoco è ormai crollato sotto gli attacchi e i contrattacchi del regime e di alcune fazioni ribelli, molti dei membri dell’Alto comitato per i negoziati (Hnc), l’organo che rappresenta l’opposizione siriana, continuano gli sforzi per richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla causa siriana.

Giovedì 19 maggio 2016 un gruppo di donne siriane che fanno parte dell’Hnc è arrivato a Roma per una tre giorni fitta di impegni: incontri istituzionali con le autorità italiane e del Vaticano, ma anche incontri con la società civile.
Giovedì mattina, primo impegno in agenda, hanno partecipato a un evento promosso dall’Istituto Affari Internazionali in collaborazione con il ministero degli Affari esteri e della cooperazione presso la Residenza di Ripetta.

Si tratta di cinque donne da sempre molto attive, donne forti e resilienti, donne che in molti casi hanno pagato un prezzo personale molto alto per aver sognato una Siria libera.

Quando arrivano nella sala Pavillon, mi alzo per andare ad abbracciare una di loro, Hind Kabawat, avvocato ed esperto in risoluzione conflitti.

Kabawat è una donna alta, molto elegante, una donna cristiana di Bab Touma, nella città vecchia di Damasco. Come sempre, indossa un ciondolo che disegna il contorno della Siria.

L’ho conosciuta ad Amman, sono stata una sua studentessa e durante le lunghe e spesso difficili ore trascorse insieme sul campo a lavorare con i rifugiati siriani in Giordania ho sviluppato una grande ammirazione per lei.

È una persona diretta, dai modi materni e rassicuranti, una donna con un grande potere taumaturgico.

Ricordo che facemmo visita a un centro per le donne, gestito da un’organizzazione cristiana nel campo palestinese di Zizya, fuori Amman.

Le donne presenti erano per lo più siriane, tutte musulmane, molte avevano adottato un abbigliamento più modesto di quello che avrebbero indossato a casa, in Siria, molte erano vestite di nero.

Kabawat le ha ascoltate parlare dei loro problemi quotidiani, esprimere il loro dolore e la disperazione per un futuro che non prometteva nulla di buono. Poi, ha preso la parola.

Ho visto quelle donne piangere sommessamente mentre Kabawat rivolgeva loro un discorso pieno di empatia e speranza, le ha invitate a prendere le mani delle persone sedute accanto, tra le quali ci mescolavamo noi straniere, per sentire che non sono sole, che possono contare sulla solidarietà di persone vicine e lontane e che unite possono plasmare un futuro migliore.

Ecco, Kabawat e le sue colleghe hanno il potere di portare la luce dove sembra non esserci altro che buio, e hanno il potere di unire. Me le presenta una a una, per nome, mi sorridono con quell’aria franca e amichevole che appartiene ai siriani.

Quando si siedono al tavolo della conferenza hanno lo sguardo determinato. Sono molto concentrate, ascoltano attentamente ogni parola del discorso introduttivo del direttore di IAI, Ettore Greco. Poi prendono la parola, a turno, affrontano temi diversi ma lanciando gli stessi messaggi.

Bassma Kodmani, già portavoce della Coalizione nazionale siriana (Snc), parla dell’internazionalizzazione del conflitto dovuta, ritiene, all’ostinazione e alla sordità del regime siriano di fronte alle richieste di riforma della propria cittadinanza.

Come faranno le sue colleghe dopo di lei, sottolinea la responsabilità della comunità internazionale di proteggere il popolo siriano e l’opposizione moderata, e di fare pressioni sul regime guidato dal presidente Bashar al-Assad perché presti davvero attenzione.

L’Hnc, dice Kodmani, vuole affrontare negoziati diretti con il regime, per poter parlare davvero di transizione politica. Ma Assad non è disposto a sedersi con loro al tavolo negoziale, semplicemente, non gli interessa.

Suhair Atassi, attivista di stampo laico e già membro del Snc, rincara la dose: la soluzione politica non è credibile se la situazione sul campo non migliora. Come si può parlare di soluzione se continuano i bombardamenti e gli assedi? Come può il popolo siriano avere fiducia se ancora patisce in questo modo?

Atassi accusa Assad, ma anche la Russia e l’Iran. E non risparmia la comunità internazionale: “Noi chiediamo tre cose: una posizione chiara di condanna; meccanismi che aiutino la popolazione, come per esempio aiuti paracadutati dall’alto; e pressioni perché le risoluzioni dell’Onu vengano implementate”.

“Non è detto che solo Stati Uniti e Russia debbano confrontarsi sulla Siria”, prosegue Atassi. “LEuropa deve giocare un ruolo più attivo”.

Anche Alise Moufarej, insegnante e attivista, si domanda per quale ragione il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non abbiano alcun valore in Siria.

“Vogliamo che chi ha commesso crimini di guerra sia processato, e non solo il regime. Vogliamo una task force, vogliamo le indagini e vogliamo che il tribunale penale internazionale instauri dei processi”, dice Moufarej.

È preoccupata in particolare dalle condizioni dei dissidenti detenuti in Siria. Lei stessa è stata arrestata due volte per il suo ruolo nella rivoluzione siriana.

Sono stata torturata in una stanza piena di cadaveri”, ha detto. “Erano i corpi delle persone morte sotto tortura prima di me. In quella stanza ho perso il senno”.

Approssimativamente, stima Moufarej, le persone arrestate o semplicemente scomparse negli ultimi anni sono 200mila. Uomini, donne e bambini di cui non si sa più nulla.

Eppure la comunità internazionale chiude gli occhi di fronte all’inquietante realtà di migliaia di desaparecidos e delle esecuzioni di dissidenti accusati di terrorismo.

“Chiediamo la liberazione dei dissidenti. Chiediamo notizie sulle migliaia di persone scomparse. Vogliamo sapere i nomi di chi è stato giustiziato e di chi è morto in detenzione. Chiediamo che alle organizzazioni umanitarie sia consentito l’accesso ai centri di detenzione, inclusi quelli che Hezbollah ha sul territorio siriano”.

Moufarej torna anche sul ruolo dell’Europa, sulla necessità di un suo concreto sostegno: “Vogliamo mandare il messaggio che lEuropa è al nostro fianco”.

È Samira alMasalmah, ex direttore del quotidiano Tishreen, prima donna in Siria a rivestire quel ruolo, a spiegare una delle ragioni per cui il mondo sembra cieco e sordo di fronte alla realtà della vita, e della morte, in Siria.

Masalmah ha detto che la comunità internazionale si è concentrata sulle violenze perpetrate dall’Isis, perché il sedicente Stato islamico ha tra le sue armi una poderosa presenza mediatica, soprattutto sul web.

In realtà, sostiene Masalmah, solo il 6 per cento delle persone che hanno perso la vita in Siria è vittima dell’Isis. L’80 per cento sono vittime del regime.

L’opposizione moderata, diversamente dall’Isis, non ha avuto modo di sfruttare i mezzi d’informazione, non ha avuto alcun sostegno in questo senso.

La nostra voce è flebile nel fragore delle violenze scatenate dallIsis e dal regime. E il vuoto politico fa sì che si senta solo il rumore delle armi. Ma se le armi avranno l’ultima parola, allora sarà un conflitto perenne”.

È Kabawat, invece, a rispondere alla questione delle minoranze e, in parte, alle accuse che l’opposizione siriana è troppo divisa per raggiungere il traguardo di una soluzione politica al conflitto.

L’ho sentita fare questo tipo di discorso in più di un’occasione. Il mantra di Kabawat, come del resto della rivoluzione stessa sin dai suoi primi giorni, è “La Siria è una, il popolo siriano è uno”.

Kabawat spiega che da sempre le varie comunità etnico-religiose siriane convivono fianco a fianco. Le trenta donne che partecipano al gruppo consultivo per l’Hnc appartengono a tutte le denominazioni e lavorano insieme.

Io non sono una minoranza, mi rifiuto di essere etichettata come una minoranza, noi siamo tutti ugualmente siriani”, dice Kabawat. “Quando mi dicono ‘Assad protegge voi cristiani’ io rispondo che non può proteggermi se attacca la maggioranza sunnita. Non posso essere protetta da un criminale con le mani sporche di sangue”.

“Noi siamo uniti, la Siria è una sola”, insiste Kabawat. “La forza della Siria è nella sua diversità. Noi abbiamo convissuto per millenni. Avere opinioni diverse fa parte della democrazia. Ma noi vogliamo tutti una sola cosa: una Siria libera”.

Dopo gli interventi delle relatrici sono state sollevate alcune questioni, tra cui quella delle milizie armate e quella del ruolo dell’Arabia Saudita.

Riguardo la prima, la prospettiva è forse un po’ naif: “Siate certi che quando la guerra civile sarà finita, tutte le armi saranno rivolte all’Isis”, ha detto Kodmani.

Moufarej sostiene che quando verrà il momento, gli uomini che adesso imbracciano le armi per legittima difesa torneranno alla propria vita civile o saranno assorbiti nell’esercito siriano, che si rivolgerà contro l’Isis.

Certo è che in Siria ormai le milizie armate si sono moltiplicate e tra di esse, oltre all’opposizione moderata, esistono numerosi gruppi radicali che sarà difficile ridurre al silenzio delle armi.

Riguardo l’Arabia Saudita, l’Hnc per bocca di questa delegazione al femminile, rassicura la comunità internazionale sulle intenzioni del patron arabo.

I sauditi sanno che la società siriana è diversa da quella saudita, e non tenteranno di imporre un ordine che non la rispecchi. Inoltre, sono consapevoli dei fragili equilibri regionali, e non vogliono metterli a rischio.

Ma purtroppo la storia degli ultimi anni ci ha già insegnato che sul territorio siriano, come altrove, si combatte una guerra più grande e subdola che è quella per l’egemonia sul Medio Oriente e i giocatori sono molti, dentro e fuori la regione.

Si leva infine una voce, una donna siriana tra il pubblico, disillusa e arrabbiata come molti dei suoi compatrioti.

LOccidente non farà mai nulla per noi”, inutile invocarne il soccorso, “dobbiamo fare da noi”, dice tra le lacrime.

“E voi, cosa state facendo voi davvero?” prosegue. “Prima di ascoltarvi ero molto arrabbiata con voi, adesso il mio cuore è con voi e vorrei credervi, ma ho perso la speranza”.

Terminato l’incontro vedo Kabawat alzarsi e andare verso di lei, la abbraccia e le parla, sta facendo quello che fa sempre: porta la luce dove sembra non esserci che oscurità, dimostrando ancora una volta l’importanza di guarire psicologicamente e ridare fiducia a un popolo profondamente ferito, profondamente deluso e legittimamente arrabbiato.

Ma in fondo queste cinque donne lo sanno meglio di chiunque altro: Ginevra non porterà a nulla finché il regime penserà di usarla per mescolare un po’ le carte e lasciare tutto più o meno com’è, con Assad sempre al suo posto, e finché la comunità internazionale non deciderà di applicare tutti gli strumenti a sua disposizione perché la carneficina finisca.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su TPI.

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