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Ecco cosa ho visto ad Aleppo in questi ultimi giorni

La città siriana di Aleppo è da diversi giorni nella morsa di un’offensiva che ha già causato oltre 250 vittime, tra cui bambini, e diverse centinaia di feriti

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Aleppo, nel nord della Siria, è nuovamente al centro di un’offensiva che non accenna a placarsi e che ha praticamente seppellito la tregua instaurata a fine febbraio sotto l’egida delle Nazioni Unite.

TPI è in contatto con un fotoreporter locale, Louai Barakat, che si occupa di documentare la vita nei quartieri della città in mano ai ribelli e le scene di guerra e devastazione che sono ormai parte della vita ordinaria degli abitanti di Aleppo.

Barakat, 25 anni, diventato padre da pochissimo, è tra i primi ad accorrere insieme ai White Helmets (gli uomini della Syrian civil defence che sopraggiungono sul luogo subito dopo i raid per estrarre le vittime da sotto le macerie e prestare i primi soccorsi) quando gli aerei delle forze governative e i loro alleati russi bombardano.

È il testimone di scene difficili da osservare, anche attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, scene di distruzione e di morte, scene che purtroppo sono diventate il suo pane quotidiano.

Ci ha inviato alcune immagini e ci ha scritto che dopo nove giorni di pesanti bombardamenti Aleppo è quasi una città fantasma: vuote le strade su cui piovono granate e bombe a grappolo (il cui uso è proibito dal diritto internazionale), molte le famiglie sfollate a causa della distruzione di interi edifici, la preghiera del venerdì cancellata per la prima volta dall’inizio del conflitto.

Aleppo brucia, continuano a gridare i suoi abitanti da dentro la città lanciando anche l’hashtag #Aleppoisburning o حلب_تحترق#, stretta nella morsa di un attacco che ha causato quasi 250 vittime, di cui circa 140 uccise dai raid governativi e un altro centinaio dai colpi di mortaio lanciati dai ribelli verso i quartieri in mano alle forze di Damasco. Tra le vittime di ambo le parti ci sono decine di bambini.

Nei giorni scorsi, due ospedali sono stati colpiti presumibilmente dall’aviazione siriana, mentre il Cremlino ha negato qualsiasi responsabilità arrivando a suggerire che ci fosse un aereo appartenente a uno dei paesi membri della coalizione internazionale anti-Isis nei cieli sopra Aleppo giovedì 28 aprile, quando è stato colpito l’ospedale di al-Quds, supportato da Medici senza frontiere, nel quale ha trovato la morte anche l’ultimo pediatra rimasto in città.

La seconda clinica colpita, un centro gestito da una Ong canadese, era stata evacuata proprio perchè dopo il raid di giovedì si temeva che i centri medici potessero essere tra gli obiettivi degli attacchi dell’esercito siriano.

La partita al tavolo negoziale di Ginevra intanto è ancora aperta, ma come può la comunità internazionale avere fede nei negoziati mentre le persone di Aleppo sono sottoposte a un attacco tanto feroce, si chiede Barakat.

Nella sola giornata di sabato 30 aprile, riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’esercito siriano ha compiuto quasi 30 raid aerei e almeno cinque persone sono rimaste uccise.

Barakat nel tempo libero fa il volontario in un centro sotterraneo chiamato Beit Amal ou Salam (La casa della speranza e della pace), dove i bambini di Aleppo possono trascorrere qualche ora di svago al riparo dalla guerra che imperversa in superficie, isolati anche acusticamente dai suoni dei mortai e delle bombe.

Ma in questi giorni Barakat e gli altri volontari hanno deciso di chiudere temporaneamente il centro: “La situazione sta deteriorando. Ci rattrista molto doverlo chiudere, ma non possiamo fare diversamente, Aleppo ormai è in fiamme”.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su The Post Internazionaleil primo maggio 2016.

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