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‘Syria Speaks’: arte e cultura dal fronte

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‘Syria Speaks’, pubblicato da Saqi Books (Londra) nel 2014, è una raccolta di esperienze artistiche (brani, saggi, installazioni, illustrazioni, vignette, graffiti, fotografie, film e filmati, dipinti ecc.) che raccontano la Siria di oggi e celebrano la creatività e la determinazione di un popolo che rivendica per sé la libertà di esprimersi.

I tre curatori, Malu Halasa, Zaher Omareen e Nawara Mahfoud, hanno lavorato, tra il 2012 e il 2013, a una serie di mostre sull’arte fiorita a partire dal sollevamento del 2011. Le mostre in questione hanno girato l’Europa del nord con notevole successo, da Amsterdam (Prince Claus Fund Gallery), a Copenaghen (Roundtower), a Londra. L’antologia nasce, ci racconta Malu Halasa,
proprio da questa iniziativa.

La domanda sottesa all’intera opera è, in effetti: qual è il valore dell’arte e della cultura di fronte alla tragedia che si sta consumando in Siria? Qual è il ruolo dell’arte e della cultura in una rivoluzione? Una prima risposta viene offerta nelle primissime pagine di ‘Syria Speaks’: «La creatività non è solo un modo di sopravvivere alla violenza, è un modo di ricusarla».

Per spiegare la valenza straordinaria dell’esperienza artistica rivoluzionaria, Malu Halasa ci ha parlato del panorama culturale della Siria degli Assad (vale a dire della Repubblica Siriana dal 1971). Il volume lo definisce, in breve, un silenzio durato quarant’anni. “Prima del sollevamento, lo scenario culturale era in larga parte
sotto il controllo dello Stato. A volte, nei teatri o al cinema, era concesso uno sfogo, uno sbuffo di vapore … ma l’arte e la cultura erano fortemente regolamentate, soggette a un rigido controllo e all’approvazione del regime”. Non che il dissenso non esistesse. Per anni, le prigioni sono state riempite di prigionieri politici e di artisti ‘scomodi’. Per questo, quando si è presentata l’occasione, un torrente di libera espressione si è riversato su tutta la Siria. Una piena che ha stupito gli stessi custodi della cultura ufficiale. “È stata la prima volta che la gente, in tutto il Paese, si è sentita libera di esprimersi. Prima del 2011, i Siriani esitavano a unirsi ad iniziative della società civile per non attirare su di sé le attenzioni delle mukhabarat, o Polizia segreta. Nel momento in cui l’intero Paese è stato attraversato da un movimento verso la libertà d’espressione, come scrive Ali Ferzat [nato ad Hama nel 1951, Ali Ferzat è conosciuto in tutto il Medio Oriente per le sue vignette umoristiche e le sue caricature, NdA] nel suo saggio, la barriera della paura si è dissolta”.

È stata questa la rivoluzione siriana, in origine: un movimento nonviolento, un movimento sociale inclusivo, culturale ed estetico che chiedeva nient’altro che libertà e dignità per tutti. È stato, invece, proprio il regime di Bashar al-Assad che ha cominciato a parlare di estremismo religioso e di confessionalismo, sottolinea Malu Halasa. È stato il regime di Bashar al-Assad a creare un clima di terrore e di violenza, forzando la gente a reagire di fronte alla brutalità che sperimentava
quotidianamente, ai massacri e agli stupri.

L’arte si è trasformata in uno strumento di resistenza, l’emblema della condivisione, della vita che fiorisce piuttosto che della divisione e della distruzione, uno strumento che non cesserà mai di proteggere i Siriani non solo dal regime ma da tutti gli estremismi. In tutta la Siria, sono emersi vocabolari visivi unici ed originali, ogni comunità ha sviluppato il proprio, come nel caso di Kartoneh di Deir al-Zour, e delle loro
immagini disegnate con dei semplici gessetti, o delle vignette e degli striscioni di Kafranbel.

Ma non solo. I siriani hanno iniziato a raccontare in prima persona le loro storie e le loro vite. I cittadini sono diventati giornalisti e – con strumenti amatoriali, spesso semplici telefoni cellulari – hanno documentato con centinaia di migliaia di video quello che
succede in Siria. La rivoluzione siriana vanta una presenza su YouTube senza precedenti. La gente era così sconvolta dall’assenza di copertura mediatica sulle violenze e sui massacri, dice Malu Halasa, che si è incaricata di denunciare di persona quello che succedeva, pubblicando su internet le proprie testimonianze, senza didascalie, senza sottotesti. Il movimento dei cittadini-giornalisti si è presto organizzato per procurarsi l’equipaggiamento adatto, introducendo di nascosto videocamere ed altri strumenti nel Paese, ha supplito non solo alla censura dei mezzi d’informazione di Stato, ma anche all’assenza dei media internazionali. È nato un movimento di coscienza di massa, spontaneamente, che poi si è organizzato
intorno a figure chiave come Mazen Darwish e Rezan Zeitouneh. Il primo, giornalista ed attivista per i diritti umani, è stato tre anni e mezzo in prigione, fino al rilascio avvenuto lo scorso agosto.

Dalle strade alle prigioni di Assad, ‘Syria Speaks’ è uno dei pochi volumi a includere memorie di prigionia. Le raccontano le voci di Mazen Darwish stesso, della moglie, Yara Badr, arrestata insieme ai colleghi del Centro Siriano per i Media e la Libertà d’Espressione, nel 2012, e di Dara Abdallah. Hanno un predecessore illustre, Mustafa Khalifa, che scrisse La Conchiglia nel 2008. È sui muri della prigione, nella cella d’isolamento di al-Khatib a Damasco che un prigioniero, Abu Khaled al-Saaour, ha scritto: «Schiacciare i fiori non ritarderà la fioritura della primavera».

Il merito di questo volume, che raccoglie una mole di espressioni artistiche molto diverse tra loro, di una profondità e di un valore culturale ed estetico immensi, è che dà voce ai Siriani. Attraverso i mezzi più disparati, i protagonisti della rivoluzione siriana esprimono sé stessi senza mediazione, raccontano la loro versione, la loro verità. Dimostrano che la violenza non soffoca necessariamente l’arte e la cultura. Anzi, dimostrano che l’arte e la cultura sono mezzi efficaci di esprimere dissenso, di resistere, di sfidare l’ordine costituito e di combattere la violenza stessa. L’arte e la cultura consentono di raccontare la realtà ma anche di immaginare il futuro.

Il messaggio fondamentale che ‘Syria Speaks’ vuole portare ai suoi lettori è che «per i siriani, come per i non siriani, ci sono molte ragioni per svegliarsi ogni mattina e afferrare una penna, un cavalletto, una videocamera o un computer, anziché una pistola». Un messaggio importante che riporta l’umanità in uno scenario disumano come quello della Siria di oggi che, dopo quattro anni di sangue e violenza, sembra sprofondare sempre più nel baratro.

Tra le iniziative più efficaci c’è senza dubbio quella del collettivo anonimo Masasit Mati. Il gruppo ha creato la fortunata serie ‘Top
Goon: Diaries of a Little Dictator’ (disponibile su YouTube con sottotitoli in Inglese). Una satira brillante e tagliente che racconta il regime e la rivoluzione attraverso personaggi emblematici trasformati in pupazzi sulle dita. Prossimamente, parleremo della serie in una conversazione con il regista Jameel al-Abiad.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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One thought on “‘Syria Speaks’: arte e cultura dal fronte

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