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Siria, parlando con Jameel…

video still from Top Goon: Diaries of a Little Dictator

video still from Top Goon: Diaries of a Little Dictator

Masasit Mati (dal nome della particolare cannuccia che si usa per bere e filtrare il matè, bevanda molto popolare in Siria) è un collettivo anonimo siriano, con base a Beirut, che ha realizzato e prodotto la fortunata serie ‘Top Goon: Diaries of a Little Dictator’. La serie, disponibile su YouTube con sottotitoli in inglese, racconta la Siria di Bashar al-Assad e la rivoluzione attraverso una satira tanto brillante quanto feroce, capace tanto di far ridere quanto di far piangere. I protagonisti sono degli umili pupazzetti sulle dita che raffigurano personaggi tipici della Siria contemporanea.
Riconoscibile nell’aspetto e nel modo di parlare (con la sua ‘esse sibilante’) è il rais stesso, Beeshu, accompagnato dal suo fedele scagnozzo. In tre stagioni, ‘Top Goon’ segue l’evoluzione della situazione, dall’entusiasmo e la speranza del sollevamento popolare, alla reazione brutale del regime, al disincanto di un popolo ormai stremato. Abbiamo deciso di parlare con il regista della serie, che usa lo pseudonimo di Jameel, per dare corpo all’interrogativo che ci siamo posti circa il valore dell’arte e della cultura di fronte alla tragedia che si sta consumando in Siria.

Quando abbiamo contattato Masasit Mati, non avremmo mai pensato che a rispondere sarebbe stato un uomo che aveva incrociato la nostra vita damascena. Non avremmo nemmeno pensato che l’intervista sul ruolo dell’arte come strumento di attivismo si sarebbe trasformata in una conversazione più ‘intima’, sulle emozioni, sulle aspirazioni, sulle speranze e le delusioni dei Siriani. Avevamo
incontrato Jameel a Damasco, qualche anno fa, quando la città era ancora una metropoli vivace e brulicante di vita. Allora non sapevamo che nel giro di pochissimo tempo la Siria si sarebbe trasformata in un incubo di sangue e morte. Frequentavamo i festival del cinema, i bar nella città vecchia e giravamo una Siria meravigliosa ed ospitale.

Parliamo di Masasit Mati. Quanti siete nel gruppo? Da dove venite? Come avete formato il gruppo?

Siamo un gruppo piuttosto grande perché in ogni stagione c’è un nuovo attore, un nuovo artista che si unisce al progetto. In tutto siamo circa 25 ma di solito lavoriamo in otto o in nove. Siamo per lo più siriani, ma abbiamo amici che vengono dall’Europa o da altri Paesi Arabi. Ma io, gli attori e lo sceneggiatore siamo tutti siriani.

Quindi qual è il gruppo originale? Com’è nato Masasit
Mati?

La nostra storia è cominciata nel 2011, quando è iniziata la rivoluzione siriana. Stavo cercando un modo sicuro di parlare della situazione in Siria, sai, senza pericoli. Ho pensato che forse usando dei pupazzi potevamo nascondere gli artisti. Allora, ho parlato con un paio di attori ed altri artisti di questa mia idea e gli è piaciuta! È andata così, in poche parole.

L’idea dei pupazzi sulle dita, perciò, è nata per rendere le cose più facili e meno pericolose?

Esatto. La ragione principale era la sicurezza. Poter parlare di qualsiasi cosa senza pericolo. Lo sai, il regime siriano è molto
pericoloso. Utilizzare i pupazzi consente di parlare del regime e di Bashar al-Assad. Tu hai vissuto in Siria e conosci la situazione. Questa è la ragione principale. La seconda ragione era fare satira. I pupazzi sono degli strumenti simpatici e divertenti per parlare delle cose. Se trasformi Bashar al-Assad in un muppet, nessuno può prenderlo sul serio. Abbiamo cercato di distruggere la paura che paralizzava i Siriani nel 2011. Nessuno poteva parlare del regime degli Assad, di Bashar al-Assad, di suo padre o di qualsiasi altra figura del regime. Abbiamo cercato di distruggere questa paura.

Bisognava fare attenzione alle persone con cui parlavi e agli argomenti, non è vero? I pupazzi, i costumi e tutto
il resto, li avete fatti voi?

Sì. Per la prima stagione abbiamo fatto i pupazzi a Damasco e poi li abbiamo portati di nascosto in Libano per girare la serie perché non potevamo farlo a Damasco. Nel 2011 la situazione era molto pericolosa. C’era la Polizia segreta che provava a tenere tutto e tutti sotto controllo, sai di cosa parlo. Avevamo bisogno di telecamere,
di luci, strumenti… Era complicato girare a Damasco. Perciò, abbiamo portato tutto -i pupazzi, i costumi, la strumentazione – a Beirut.

Avete girato due stagioni…

Tre stagioni!

Davvero?

Sì, abbiamo appena finito la terza!

È una bellissima notizia!

Abbiamo finito la terza stagione un mese fa. Cinque episodi sulla situazione attuale. È un po’ tetra. Direi black comedy.

Torniamo un attimo alla seconda stagione. Sembra esserci una grandissima differenza tra la prima e la seconda stagione, la seconda è molto più complessa. Come avete sviluppato i contenuti e anche la produzione?

Be’, la prima stagione l’abbiamo prodotta senza alcun supporto. L’abbiamo fatta tra amici. Ho chiesto agli attori, al costumista, all’attrice di farlo come volontari e tutti loro erano felici di contribuire al progetto. Ma la seconda stagione… Beirut è molto cara, molto più cara della Siria, perciò avevamo bisogno di sostegno economico e ovviamente quando hai le risorse giuste puoi sviluppare l’atmosfera, i pupazzi, il lavoro. Si possono curare i dettagli, prendersi il tempo necessario. Lavori in una situazione migliore.

Avete potuto dare più spazio ai sentimenti e alle emozioni?

Sì, certo. Era molto importante per noi. A Beirut è più sicuro che a Damasco. Non possiamo lavorare in pubblico, certo, lo facciamo di nascosto, ma è meno pericoloso, c’è meno tensione.

Nell’episodio 7 della seconda stagione introducete anche il punto di vista delle donne. Ce ne puoi parlare?

In quel periodo giravano delle voci, il regime parlava della rivoluzione come di una rivoluzione religiosa, molto conservatrice e additava le persone che vi prendevano parte come estremisti affiliati ad al-Qa’ida eccetera. Per questo abbiamo fatto un episodio sul ruolo delle donne, il ruolo delle donne siriane in questa rivoluzione. C’era un’attrice anche nel nostro gruppo. Questa è la ragione. Masasit Mati in ‘Top Goon’ voleva sfatare quelle voci [sulla natura della rivoluzione] messe in giro dai media del regime, ma sai in qualche modo hanno vinto loro. Adesso la rivoluzione va in un’altra direzione. Siamo tra due gruppi di ribelli. Siamo nel mezzo di una guerra. Tra il regime siriano, lo Stato Islamico, questi ribelli di matrice islamista… e il regime può vincere per via di questo piano [di fomentare il confessionalismo e l’estremismo]. Ha fatto davvero un bel lavoro.

Avete mai ricevuto minacce da parte del regime o delle forze islamiste?

Riceviamo molte lettere e messaggi, ogni giorno, specialmente quando facciamo degli episodi contro l’estremismo religioso o il regime. Nel 2013, abbiamo deciso di andare ad Aleppo per fare uno spettacolo -nei dintorni di Aleppo, in realtà. Abbiamo avuto qualche problema. Eravamo sempre preoccupati di eventuali rapimenti o attacchi, o che so io, ma in realtà non è successo nulla.

Hai menzionato Aleppo. Su ‘Syria Speaks’ si legge che avevate in mente di organizzare un tour nei campi rifugiati in Libano e nelle città e nei Paesi in Siria. L’avete fatto?

Sì, l’abbiamo fatto. In realtà ci siamo andati due volte [in Siria], una volta a fine 2012 e poi nel 2013.

Quale la tua opinione personale sulla rivoluzione, alla luce delle attuali circostanze. Anche alla luce delle discussioni in seno alle organizzazioni internazionali. Si parla molto di Siria ma sembra che nessuno ascolti quello che hanno da dire i siriani. Cosa ne pensi?

È così. Noi abbiamo provato a parlare durante questi quattro anni. Non solo noi, ma molti artisti, giornalisti, attivisti. Il problema principale della Siria è questa dittatura. Tutto il resto è il risultato di questo primo problema. In realtà, credo -non mi interessa la politica-, ma credo che a nessuno importerebbe della Siria se il problema restasse confinato lì, se riuscissero a confinarlo in Siria. Ma nessuno può riuscirci. L’Europa ha un problema, il problema dei rifugiati, e i vicini della Siria hanno lo stesso identico problema. Adesso c’è la
Russia e tutta questa guerra… E gli amici del popolo siriano non fanno nulla. Questo mondo democratico che credevamo avrebbe fatto qualcosa per [aiutarci a] rivendicare la democrazia. Abbiamo provato a costruire un nuovo futuro per la Siria, ma nessuno ha fatto nulla [per sostenerci] e il risultato è questo. In realtà, siamo un po’ frustrati -siamo molto frustrati, non solo io, ma molti siriani non credono più alle democrazie, all’Europa, all’America. Siamo in una zona nuova. Adesso siamo sotto le bombe a grappolo. Abbiamo due nemici, non uno, il regime siriano e adesso ci sono al-Qa’ida, Da’esh, e un sacco di problemi. E credo che la situazione stia peggiorando sempre più. Lo si può notare nella terza stagione della nostra
serie. Sta diventando sempre più tetra. Il primo episodio è molto leggero, ma il terzo, il quarto e l’ultimo sono molto tetri e molto duri. Vale lo stesso per la situazione in Siria. Ogni volta che crediamo di aver toccato il fondo, scopriamo che può andare ancora peggio.

Sembra quasi che il popolo siriano stia perdendo la speranza. È così?

Be’, Paola, non voglio dirlo perché stiamo ancora provando a trovare la nostra strada, ma è una situazione triste, una situazione disperata. Potevi vedere la speranza due o tre anni fa. Quando è cominciata la rivoluzione, non puoi immaginare l’energia! Tu eri a Damasco.
Damasco era come la Siria intera, un enorme festival! Incontravamo molte persone, lavoravamo insieme, era la prima volta nella storia moderna della Siria che le persone parlavano le une con le altre e lavoravano insieme e hanno fatto un lavoro enorme! Nei media, nelle arti, nel cinema… in molti modi. Ma ora, non possiamo, siamo stanchi e… non abbiamo tregua. Sappiamo di essere soli. Abbiamo provato a farla finita con questa idea romantica del mondo… di un mondo democratico e della gente che non ci avrebbe mai lasciati da soli… tutto molto romantico. Ora siamo più realisti e molte persone attorno a me – io per primo, sono più realista, cerco di fare quello che posso. Se posso aiutare nelle piccole cose, lo faccio. Non ho grandi sogni. Perché io lo so: nessuno desidera un grosso cambiamento, non solo in Siria ma anche negli altri Paesi. Il mondo è un sistema  enorme. Adesso l’Europa lavora fianco a fianco con l’Arabia Saudita e con al-Sisi, in Egitto, è ironico! [ride] Alla fine, dobbiamo essere molto realisti, in tutto quello che riguarda lo sviluppo, l’economia, costruire questo piccolo Stato… Non ho grandi aspettative, ma allo stesso tempo credo nella gente, nelle persone attorno al mondo che
cercano di aiutarci. Non fraintendermi, non sono arrabbiato, ma la situazione è questa. Sto cercando di essere molto onesto, questa è la nostra situazione, e al momento non c’è spazio per la speranza. Nessuna speranza.

È un’analisi molto lucida e disincantata. C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere?

Vorrei che potessimo salvare il popolo siriano. Quelle persone cercano di raggiungere un posto sicuro. Scappano dalle bombe a grappolo – non hai idea… Ad Aleppo, per esempio. Quando ero ad Aleppo, quest’anno… un incubo, davvero un incubo… non puoi immaginare… la situazione è un vero incubo… ogni giorno, ogni due giorni, cade una bomba a grappolo… non so come spiegarlo -persino in Arabo, il mio inglese non è molto buono, ma persino in arabo non so come spiegarti quelle esplosioni… è come… [sospira] Non sai la paura. Con le persone, i bambini, le famiglie… Davvero triste. Ci provano [a resistere]. Sono frustrati, sanno che il regime continuerà perché ha il supporto della Russia, dell’Iran, persino dell’Europa. Sapevi che due anni fa la Germania ha mandato dell’equipaggiamento al regime siriano? Per via di tutto questo, adesso tutti sanno che non possiamo
continuare così. Non possono star lì ad aspettare che arrivi anche il Da’esh, devono scappare. Spero sopravvivano. Non mi interessa della terra, degli edifici… Mi importa delle persone, dei bambini, di questa umanità…

Non credi sia comunque importante che Masasit Mati, e altri attivisti e artisti, continuino a creare consapevolezza attorno a quello che succede in Siria, a raccontare la storia della Siria in modo che il mondo non la ignori?

Ci proviamo, Paola, ma [sospira] il problema è che ci sentiamo soli. Ognuno di noi, ormai dall’esterno, lavora in questo senso, ma cosa possiamo fare? Cosa può fare l’arte? Aspettiamo di scoprirlo e nel frattempo, continuiamo…

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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