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Il Medio Oriente secondo gli al-Saud

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Lo scorso 11 settembre, Villa Mondragone – storica residenza cinquecentesca a Monte Porzio Catone, alle porte di Roma, acquisita nel 1981 dalla seconda università di Roma, Tor Vergata – ha fatto da cornice al conferimento del titolo di Professore Emerito Honoris Causa al Principe saudita Turki al-Faisal. In questa occasione, il Principe ha tenuto una breve conferenza sulla situazione geo-politica del Medio Oriente.

Turki al-Faisal, classe 1945, è il figlio maschio più giovane di Re Faisal (1964-1975). Ha studiato presso università prestigiose come la Georgetown University, Princeton, Cambridge e la University of London. All’inizio della sua carriera, ha servito come consigliere presso la Corte Reale. È stato, per ben 23 anni, il Direttore del Servizio di Intelligence saudita (1979-2001). Ha poi servito come Ambasciatore nel Regno Unito e Irlanda (2003-2005), e negli Stati Uniti (2005-2006). Fra i vari ruoli ricoperti c’è anche quello di commissario nella Commissione Internazionale per la Non-Proliferazione e il Disarmo Nucleare.

Con un’istruzione di tutto rispetto, Turki al-Faisal è considerato un uomo di scienza e di cultura. È, altresì, considerato un moderato, un fautore della riforma del Regno dell’Arabia Saudita, un promotore del dialogo. La conferenza tenuta a Villa Mondragone ha, in effetti, tenuto toni molto posati. La voce stessa del settantenne Principe saudita invita alla tranquillità e alla calma. Tuttavia, i concetti espressi nel suo discorso non si sono discosti di una virgola dalle linee guida ufficiali della politica internazionale saudita.

Turki al-Faisal ha affrontato essenzialmente due argomenti: l’Iran e le due crisi regionali più vicine al regno, quella siriana e quella yemenita.

Assolutamente ovvia la lunga tirata antiiraniana, per quanto espressa in toni pacati e, all’apparenza, assai ragionevoli. Secondo Turki al-Faisal, le principali problematiche legate all’Iran sono: la sua risoluzione a ottenere armi nucleari; la sua occupazione delle tre isole appartenenti agli Emirati Arabi Uniti[1]; la continua intromissione negli affari dei Paesi Arabi e la promozione di divisioni settarie.

Turki al-Faisal afferma che l’Arabia Saudita non contesta affatto il diritto dell’Iran a sviluppare tecnologie per un uso pacifico del nucleare, ma insiste anche che l’Iran nutre il proposito di acquisire armamenti nucleari, cosa che innescherebbe una proliferazione nucleare regionale e mondiale e che, in ultima analisi, non farebbe che aumentare l’instabilità e l’insicurezza della regione.

Tocca, in proposito, il tema dell’accordo sul nucleare concluso dal gruppo P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania): “La nostra speranza è che il nuovo accordo assicuri la fine delle attività nucleari non pacifiche dell’Iran. L’Arabia Saudita ha accolto con favore questo accordo sulla base di questa speranza, ma allo stesso tempo controlleremo in che modo verrà implementato e come si rifletterà sulla condotta iraniana”.

L’altra problematica scottante è quella dell’intromissione dell’Iran nelle vicende domestiche dei Paesi Arabi e si interseca con quella del settarianismo. “Il settarianismo, nella nostra regione, non è meno distruttivo delle armi nucleari e, a questo proposito, sono stato felice di sentire funzionari iraniani affermare che il conflitto tra Sunna e Shia è una minaccia reale alla sicurezza regionale. Questa ammissione è la benvenuta e dovrebbe indurre l’Iran a guardarsi allo specchio, vedere la sua orrida condotta dal 1979 in poi e riconoscere chi ha acceso la scintilla di questa minaccia così distruttiva. L’unico responsabile dell’orrore è la sindrome rivoluzionaria dell’Iran.” Turki al-Faisal sostiene che l’Iran finanzi attori non-statali e gruppi confessionali un po’ ovunque nel mondo arabo, dal Libano, all’Iraq, al Bahrein, allo Yemen e la Siria. Rimane scettico rispetto alle vere intenzioni del vicino persiano e lo accusa di fomentare la destabilizzazione interna dei Paesi Arabi, minacciandone l’unità nazionale e la coesione sociale.

L’Arabia Saudita guarda l’Iran e considera il futuro. Possiamo solo sperare che il popolo di quella Nazione incoraggi i suoi leader a imboccare una strada più saggia e sicura di quella che sembrano essere intenti a percorrere adesso […] il grandioso progetto di una pax iranica è destinato all’insuccesso.”

Turki al-Faisal affronta anche la crisi in Siria e il pericolo che valichi i confini del Paese e arrivi a minacciare l’intero pianeta, senza trascurare di menzionare anche la questione dell’esodo dei rifugiati verso l’Europa. “Sfortunatamente,” sostiene, “[la crisi] è diventata una questione di politica di potere tra grandi potenze”. Non ha torto. È innegabile che la situazione siriana abbia raggiunto livelli intollerabili di violenza e sofferenza umana. La comunità internazionale sembra incapace di affrontare la crisi in modo razionale, ma anche le idee del Principe rispetto alla soluzione per garantire l’unità, la sovranità e la stabilità del Paese, permettendo allo stesso tempo al popolo siriano di realizzare le proprie aspirazioni, non sono chiare.

Parla di pressione militare: “La mentalità di Assad, così come la conosciamo, risponde solo all’uso della forza. Tuttavia,” prosegue, “lArabia Saudita non si schiera a favore dei bombardamenti.” I Sauditi affermano di sostenere le legittime aspirazione del popolo siriano e di volergli rimanere accanto nella ricerca di una soluzione pacifica. Tuttavia, Turki al-Faisal dimentica l’uso saudita delle bombe a grappolo in Yemen. Questo crimine (le bombe a grappolo sono bandite dall’ONU), rende il regime saudita sinistramente simile a quello di Assad, che fa uso degli stessi mezzi (oltre che di armi chimiche) sulla sua stessa gente. Allo stesso tempo, la prontezza saudita nel bombardare lo Yemen contraddice la cautela riservata invece allo stesso approccio in Siria.

Da nord al confine sud dell’Arabia Saudita, Turki al-Faisal parla della guerra che si sta consumando in Yemen. Presenta la stessa argomentazione addotta ufficialmente dal regime saudita rispetto all’intervento in Yemen: la crisi nel Paese, pur essendo interconnessa alle crisi nel resto della regione, riguarda direttamente l’Arabia Saudita, rappresenta una minaccia concreta e molto grave. “La stabilità e la tranquillità dello Yemen è sempre stata un interesse strategico nazionale, per l’Arabia Saudita, per ragioni geografiche, storiche e demografiche. Perciò, preservare la pace e la sicurezza e aiutare lo Stato yemenita e il suo amichevole e fraterno regime politico a mantenere l’equilibrio è sempre stato una nostra priorità.” Queste parole sembrano quasi avallare il sospetto che l’Arabia Saudita tratti lo Yemen come una sua provincia.

Il Principe enfatizza come l’Arabia Saudita abbia investito, negli ultimi cinquant’anni, 60 miliardi di dollari nel vicino, e come milioni di yemeniti abbiamo approfittato della generosa ospitalità del Regno guadagnando le rimesse che hanno contribuito massicciamente al benessere della società yemenita. Ripercorrendo la vicenda della caduta dell’ex-Presidente, Ali Abdallah Saleh, ricorda come siano state l’Arabia Saudita e le sue sorelle (le altre monarchie del Golfo) a promuovere l’abdicazione di Saleh e la transizione verso un nuovo contratto sociale nel nome di un futuro pacifico e democratico. “Ahimè, gli Houthi, una delle forze religiose e politiche che hanno partecipato al dialogo nazionale, armati e supportati dall’Iran, insieme alle forze leali all’ex-Presidente, hanno approfittato del caos per scrivere un futuro diverso.”

Il fallimento di ogni tentativo da parte delle Nazioni Unite di negoziare un accordo che salvasse lo Stato e le sue istituzioni, avrebbe lasciato l’Arabia Saudita e le sue sorelle senza altra alternativa che intervenire militarmente, o, nelle parole del Principe, “che provare a salvare lo Yemen e liberarlo da queste milizie, con la mentalità da bande, con ogni mezzo, e riportarlo sul sentiero legittimamente scelto dagli Yemeniti nel decidere sul futuro del loro Paese. La guerra era l’ultima opzione per l’Arabia Saudita in Yemen, ma permettere agli Houthi di continuare col loro programma metterebbe in pericolo non solo lo Yemen ma l’intera Penisola Arabica e l’area del Mar Rosso.” (Infatti, l’Arabia Saudita ha praticamente chiuso i porti yemeniti sostenendo che chiudere le vie di comunicazione serve a impedire che l’Iran rifornisca di armi i ribelli Houthi).

Turki al-Faisal fa riferimento ancora una volta agli interessi esterni, volti a destabilizzare la regione attraverso il settarianismo, serviti da una minoranza ideologica (di matrice sciita), quale sono gli Houthi. In qualche modo conferma la lettura dell’intervento in Yemen come una guerra per procura tra l’Arabia Saudita stessa e l’Iran che, ricordiamo per l’ennesima volta, nega di prestare sostegno agli Houthi.

Il Principe parla anche di terrorismo, di Daesh (Stato Islamico), di al-Qaeda e di altri attori che si insinuano nei vuoti di potere lasciati dall’estrema volatilità politica. “Il fallimento delle politiche americane e del mondo in Iraq, il fallimento della comunità internazionale e delle potenze regionali di far fronte alla situazione in Siria, hanno portato alla nascita del cosiddetto Stato Islamico. In Arabo lo chiamiamo Daesh, io preferisco chiamarlo Fahesh, che significa ‘osceno’. Con esso, è nato un nuovo tipo di terrorismo. L’ideologia del Fahesh è per natura transnazionale e costituisce quindi una minaccia all’esistenza del concetto stesso di Stato-Nazione nella nostra regione.”

(Faisal al-Turki non dimentica di fare brevemente menzione della questione palestinese e accusa Israele di aver rifiutato i tentativi degli Paesi Arabi e dei Paesi Musulmani di tendergli la mano).

Il Principe termina il suo intervento dicendo che “l’assenza di una guida mondiale e la riluttanza delle potenze mondiali di agire responsabilmente permette il deterioramento continuo della situazione in Medio Oriente. Speriamo che il mondo torni presto in sé”.

[1] Si tratta delle isole Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb. Le tre isole vennero sottratte all’Iran dagli Inglesi nel 1921. Nel 1971, quando le forze britanniche si ritirarono, gli Iraniani ne ripresero il controllo. Il protettorato britannico le aveva però assegnate agli Emirati.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su L’Indro il 18/09/2015

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