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Il punto della situazione in Yemen

A boy and his sisters watch graffiti artists spray on a wall, commemorating the victims who were killed in Saudi-led coalition airstrikes in Sanaa, Yemen, Monday, May 18, 2015. Saudi-led airstrikes targeting Yemen's Shiite rebels resumed early on Monday in the southern port city of Aden after a five-day truce expired amid talks on the war-torn country's future that were boycotted by the rebels. (AP Photo/Hani Mohammed)

A boy and his sisters watch graffiti artists spray on a wall, commemorating the victims who were killed in Saudi-led coalition airstrikes in Sanaa, Yemen, Monday, May 18, 2015. Saudi-led airstrikes targeting Yemen’s Shiite rebels resumed early on Monday in the southern port city of Aden after a five-day truce expired amid talks on the war-torn country’s future that were boycotted by the rebels. (AP Photo/Hani Mohammed)

Prosegue la guerra in Yemen tra le forze del Governo in esilio, appoggiate da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita di Re Salman, e le forze ribelli degli Houthi e delle milizie fedeli all’ex Presidente, Ali Abdullah Saleh. Gli Houthi controllano la capitale Sana’a da circa un anno. L’intervento saudita in soccorso del Governo in esilio guidato dal Presidente AbdRabbo Mansour Hadi risale invece al marzo scorso. Gli Houthi erano arrivati fino ad Aden ad aprile, per venirne espulsi già a luglio, dopo mesi di feroci combattimenti. Frattanto, le forze governative hanno annunciato, alla fine di agosto, di voler presto lanciare un’offensiva per riguadagnare Sana’a.

«Gli Houthi e le milizie di Saleh devono implementare la risoluzione delle Nazioni Unite e consegnare le armi, solo allora potranno cominciare il dialogo e il processo politico, con la partecipazione di tutte le fazioni yemenite», ha dichiarato il Ministro degli Esteri, Riad Yassin, in occasione di un incontro al Cairo con il Segretario Generale della Lega Araba, Nabil Elaraby, tenutosi il 27 agosto.

Sia lArabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti hanno messo in campo forze di terra, anche se non sono state rilasciate
informazioni ufficiali sui numeri e il ruolo delle truppe dispiegate. Secondo le dichiarazioni rilasciate, le truppe straniere non sarebbero coinvolte direttamente nei combattimenti ma avrebbero piuttosto un ruolo tecnico e di supporto.

Durante il weekend, gravi perdite sono state inflitte alle truppe degli Emirati. Ben 45 soldati sarebbero rimasti uccisi quando un missile di fabbricazione sovietica è stato lanciato dai ribelli contro un deposito di armi nella provincia di Marib (regione centrale dello Yemen). Non è chiaro quanti soldati yemeniti siano morti nello stesso attacco. Anche cinque soldati del Bahrein sono rimasti uccisi. Secondo il Presidente Hadi, sarebbero tra le vittime dello stesso attacco, con l’implicazione che anche le truppe delpiccolo regno insulare sarebbe entrate in Yemen. Tuttavia, fonti ufficiali del Bahrein hanno dichiarato che le morti sarebbero avvenute in postazioni di difesa nel sud dell’Arabia Saudita. (La difesa del confine saudita da infiltrazioni sembra essere la ragione dichiarata o quantomeno la scusa per le incursioni dei soldati del Golfo in Yemen).

Intanto, Re Salman ha finalmente incontrato il Presidente Americano, Barack Obama, alla Casa Bianca. L’incontro, programmato già per il maggio scorso, era stato rinviato da Riyadh. Le relazioni tra i due Paesi si erano raffreddate a causa delle negoziazioni per l’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente osteggiato dai Sauditi.

La casa di al-Saud non ha mai fatto mistero della propria avversione
per la Repubblica Islamica e l’intervento in Yemen stesso si inscrive nella lotta geo-strategica tra i due paesi, benché l’Iran non abbia mai confermato di sostenere i ribelli Houthi. Il Presidente Obama ha manifestato le proprie forti preoccupazioni rispetto alla situazione in Yemen.

Da marzo ad oggi, ovvero da quando sono cominciati i raid della coalizione anti-Houthi, circa 4.500 persone sono morte, la metà delle quali civili. L’agenzia umanitaria Human Rights Watch ha denunciato l’uso di bombe a grappolo da parte delle forze della coalizione guidata dai sauditi. «Alcuni degli attacchi hanno avuto luogo in aree ad alta concentrazione di civili. Ciò indicherebbe che gli attacchi missilistici hanno colpito indiscriminatamente in violazione con le leggi di guerra», ha dichiarato il gruppo, il quale ha invitato il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ad investigare sulle gravi violazioni commesse da tutte le parti del conflitto in Yemen.

La situazione nel Paese, dove non c’è un governo funzionante ed il caos è totale, è davvero grave. All’inizio di settembre, due attacchi suicidi hanno colpito una moschea di confessione sciita a Sana’a, uccidendo almeno 20 persone. L’attacco è stato rivendicato su Twitter dallo Stato Islamico. Nella stessa giornata, due operatori della Croce Rossa sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco ad Amran, mentre
viaggiavano verso la capitale.

Le Nazioni Unite parlano ormai di catastrofe umanitaria. Lo Yemen ha una popolazione inferiore ai 30 milioni di abitanti. Di questi, più di 20 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, l’80 percento circa. L’intervento saudita, che ha distrutto infrastrutture e chiuso le vie di comunicazione del paese per terra e per mare nonché il trasporto aereo, sembra aver peggiorato una situazione già critica.

In Yemen, quasi la metà della popolazione viveva già al di sotto della linea di povertà. Allo stato attuale, la scarsità di carburante, cibo e medicinali è gravissima. La carenza di cibo colpisce circa 13 milioni di yemeniti con severi problemi di malnutrizione, specialmente tra i bambini, e il rischio di una carestia dietro l’angolo. L’embargo navale ha ridotto quasi a zero le importazioni di generi alimentari (lo Yemen importava oltre il 90 percento delle proprie derrate), mentre la mancanza di carburante impedisce la distribuzione delle poche provviste che raggiungono il paese. Manca anche l’acqua, le infrastrutture idriche e fognarie sono state
gravemente danneggiate. Più di 20 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici con gravi ripercussioni per la salute e il rischio diarrea e colera ad altissimi livelli.

Infine, la carenza di scorte di medicinali e di equipaggiamento medico sta costringendo le poche infrastrutture mediche e ospedaliere che non sono state distrutte a chiudere i battenti. Si stima che oltre 15 milioni di yemeniti non abbiamo accesso ad alcun tipo di assistenza
sanitaria. Malgrado gli appelli, i fondi raccolti dalle Nazioni Unite per far fronte all’emergenza sono del tutto insufficienti, complice la straordinaria concentrazione di crisi ed emergenze che flagellano la regione. Durante l’incontro con il Presidente Obama, Re Salman si sarebbe impegnato alla riapertura dei porti sul Mar Rosso per facilitare l’approvvigionamento alimentare e medico. Tuttavia, il Ministro degli Esteri saudita, Adel alJubeir, ha dichiarato che l’Arabia Saudita teme che i porti possano essere usati dall’Iran per fornire armi ai ribelli ed ha voluto sottolineare che il regno sta versando decine di milioni di dollari in aiuti alla popolazione.

Si aggiunga a tutto ciò il pericolo delle infiltrazioni jihadiste nel paese, resasi evidente con gli attacchi suicidi menzionati sopra. La completa assenza dello Stato e il caos diffuso hanno consentito a
gruppi appartenenti sia ad al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAB), sia allo Stato Islamico di insinuarsi in Yemen. Aden stessa, secondo il corrispondente BBC per la sicurezza Frank Gardner, sarebbe pesantemente infiltrata da cellule jihadiste di ambo le formazioni impegnate nella lotta contro i ribelli sciiti.

Quanto reale sia il pericolo che lo Yemen, o parte di esso, diventi provincia dello Stato Islamico, è difficile da valutare. È certo, tuttavia, che l’intervento saudita, inclusa la sua retorica anti-sciita, abbia contribuito ad aprire il paese alle forze islamiste radicali. È altrettanto certo che la lotta di potere che si consuma in Yemen stia esigendo un prezzo altissimo da una popolazione ormai allo stremo delle forze. Quand’anche un Governo funzionante fosse ristabilito, lo stato di distruzione delle infrastrutture è tale che il Paese rimarrebbe preda degli appetiti e degli umori dei vicini.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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