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Circoncisione femminile in Iran

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Nell’immaginario collettivo, la circoncisione femminile (o ‘female genital mutilation’, abbreviato FGM) è un fenomeno legato ad alcune popolazione musulmane dell’Africa. Il lavoro di ricerca dello studioso iraniano, residente nel Regno Unito, Kameel Ahmady, esteso su un arco temporale di dieci anni, porta alla luce la diffusione della pratica in alcune regioni dell’Iran. I risultati dello studio condotto da Ahmady sono stati pubblicati quest’anno nel rapporto A Comprehensive Research Study on Female Genital Mutilation/Cutting (FGM/C) in Iran – 2015.

È, forse, poco noto che la FGM è stata storicamente praticata in molte culture diverse sin da epoca preistorica. Per esempio, nel XIX secolo, in Europa e negli Stati Uniti, alcuni medici praticavamo la clitoridectomia per prevenire la masturbazione e combattere l’omosessualità femminile. (La sessualità femminile è stata vista spesso, in vari contesti culturali e in varie epoche, come disfunzionale rispetto alla sessualità maschile).

In generale, la FGM è una pratica connessa al controllo della sessualità femminile. Nella sua versione più estrema, l’infibulazione (la cucitura della vulva), ha lo scopo dichiarato di preservare la verginità del soggetto (della vittima) fino al matrimonio, quando verrà dischiusa per lo sposo. Una delle giustificazioni più comuni alla FGM è che diminuisce il desiderio femminile. Tale affermazione nasconde due preconcetti: il primo è che la sessualità femminile sia incontrollata e necessiti di un freno (le donne sono ritenute minori anche nel corso della loro vita adulta); il secondo,  diretta conseguenza del primo, è che la sessualità femminile sia in qualche modo illecita.

Lo studio condotto da Ahmady rivela che la FGM è diffusa in particolare in alcune aree occidentali dell’Iran (nelle provincie dell’Azerbaijan dell’Ovest, del Kurdistan e del Kermanshah) e in alcune aree meridionali (come la provincia di Hormozgan e le sue isole). La pratica è associata principalmente con le popolazioni curde di lingua Sorani appartenenti alla scuola Shafita del Sunnismo, ma è praticata anche presso altre comunità sciite curde e non curde.

L’autore dello studio iniziò la propria ricerca nel 2005, tornando nel suo luogo d’origine, il Kurdistan iraniano. Tale ricerca partì innanzitutto dalla sua stessa famiglia. Ahmady apprese così che le sue nonne, sua madre e sua sorella erano state tutte circoncise. Essendo un uomo, Ahmady non ha potuto condurre di persona le interviste nei vari villaggi visitati. Come si vede dal documentario che ha preceduto la pubblicazione dello studio, sono state alcune collaboratrici a parlare con le donne incontrate nelle regioni menzionate sopra. In tutto, le interviste sono state 4.000.

Nella coscienza popolare, la FGM si fa risalire al Profeta e a
sua figlia Fatima, nonostante nel Corano e in altre  tradizioni scritte non se ne faccia menzione alcuna. La
sanzione tradizionale conferisce legittimità alla pratica. Di più, la rende un obbligo religioso. Non essere sottoposta alla FGM nelle comunità in cui è diffusa, comporta un’aura di impurità, tanto che il cibo cucinato da donne non circoncise viene definito haram (proibito, contrario ai precetti dell’Islam). Le bambine vengono sottoposte alla FGM ad un’età variabile: da pochi mesi sino all’età adolescenziale.

È scioccante scoprire come a volte, di fronte alla richiesta delle ragioni dietro alla pratica, la risposta sia incerta: tradizione, dicono alcune; religione, sostengono altre; si è sempre fatto così… Alcune donne hanno dichiarato di aver sentito alla radio che la FGM è dannosa e hanno espresso il desiderio di sapere con certezza se questo sia vero, prima di sottoporre le figlie a tale pratica.

È interessante anche constatare che le madri e le nonne (o altre parenti di sesso femminile), piuttosto che gli uomini della famiglia, hanno un ruolo determinante nel decidere se la bambina debba o no essere sottoposta alla mutilazione. Questo non significa affatto che le donne abbiamo in materia libertà di scelta, ma che la pressione di una società fondamentalmente patriarcale sia talmente forte da spingerle a perpetuare questa tradizione rituale. Sicuramente, vi sono anche casi in cui una madre sottoposta a suo tempo alla FGM e ben consapevole delle conseguenze di questa pratica, voglia risparmiare alle figlie la stessa sorte.

Loperazione viene praticata da donne prive di preparazione medica. Donne che dichiarano di aver appreso semplicemente guardando. Sono persone che spesso si occupano anche dei parti e del taglio del cordone ombelicale e che si servono di strumenti comuni piuttosto che chirurgici e della medicina tradizionale, spesso con scarsa attenzione per ligiene. A volte, a praticare l’operazione sono donne Rom che visitano i villaggi apposta.

I medici, come il Dottor Ahmadi (da non confondere con il ricercato Kameel Ahmady), spiegano come la tradizionale equiparazione della circoncisione femminile a quella maschile sia del tutto errata. L’asportazione del clitoride non può in alcun modo essere paragonata all’asportazione del prepuzio. La FGM priva le donne del piacere sessuale e porta a disfunzioni che possono causare
seri problemi alla vita di coppia e in alcuni casi portare al divorzio, afferma il medico.

I rappresentanti del clero e altre figure religiose possono giocare un ruolo chiave nel delegittimare queste pratiche perché hanno influenza morale sulle comunità in cui sono diffuse. Haji Molla Hassan Vazhi condanna la FGM come dannosa per le donne: «La circoncisione diminuisce il desiderio sessuale, fa sentire le donne mutilate, e quel tipo di paura e dolore sperimentato durante l’infanzia rimarrà sempre un’amara memoria che causerà problemi psicologici e spirituali».

Appare evidente dalle opinioni del medico e del religioso che il danno inflitto alla sessualità della donna non viene considerato per sé, o almeno non unicamente per sé, ma (anche) in funzione della vita matrimoniale e quindi della soddisfazione sessuale del marito.* D’altro canto, un gruppo di donne sciite intervistate dal team di Ahmady non fa mistero della propria opinione rispetto al piacere sessuale. Affermano che la FGM non è comune tra gli sciiti, e che chi la pratica lo fa per reprimere il desiderio sessuale delle donne ma loro non sono affatto d’accordo con questa privazione!

Né l’establishment sciita né il governo iraniano, denuncia Ahmady, ritengono di dover affrontare il fenomeno della FGM, poiché la concepiscono come una problematica esclusiva della minoranza sunnita. Nonostante le ricerche – non solo in Iran, ma in
tutto il mondo – mostrino che le pratiche di FGM siano in diminuzione, rimane da fare molto lavoro per debellare completamente il fenomeno, che non trova alcuna giustificazione religiosa, tantomeno medica. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione e d’informazione e adeguate strategie. Naturalmente, molti attori sono coinvolti nella
lotta contro la FGM. È in qualche modo incoraggiante che la cultura popolare affronti il problema, come ha fatto la cantante curda Chiman Rahmani nel suo video musicale. Il testo della canzone e le immagini del video denunciano non solo l’orrenda pratica della FGM ma anche, più in generale, la violenza contro le donne.

* Andrebbe anche precisato che nell’Islam, a differenza che nella tradizione morale cristiana, il piacere sessuale non è affatto fonte di peccato, anzi, il desiderio sessuale fa parte degli istinti naturali dell’uomo e deve essere soddisfatto, per quanto esclusivamente all’interno del matrimonio. Tra le norme che regolano l’istituto della poligamia, ad esempio, vi è quella che obbliga il marito a concedere lo stesso piacere a ciascuna delle sue mogli (fino a un massimo di quattro). L’Islam, quindi, si oppone al celibato e alla vita monastica.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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