Italiano / Siria

Qualche pensiero sulla Siria

immagine tratta dalla serie Top Goon: Diaries of a little Dictator di Masasit Mati

immagine tratta dalla serie Top Goon: Diaries of a little Dictator di Masasit Mati

Mi è capitato di leggere, negli ultimi giorni, post e articoli di analisti che sostengono essere un errore avventarsi coi bombardieri sul regime di Bashar al-Assad. Hanno perfettamente ragione. Avventure disastrose come quella libica hanno dimostrato che flettere i muscoli in modo indiscriminato e bombardare qua e là non porta ad alcun risultato utile. A me l’idea di un intervento militare aggressivo fa rabbrividire.

Quello che mi lascia incredula e, francamente, anche indignata è che tali pezzi suggeriscono, più o meno apertamente, che il regime di Assad non sia poi così male e che sia pur sempre meglio sostenere lui piuttosto che vedere il Daesh (ISIS) dilagare.

Ho da dire su questo alcune cose e spero di riuscire a farlo in modo chiaro e ordinato.

1- Lo schema interpretativo di pezzi di questo tipo si incentra sull’Occidente, sulle sue idiosincrasie, sui suoi errori passati e futuri. Una narrativa che tende a demonizzare i Paesi occidentali (e i loro alleati); a denunciarne gli interessi, di natura variabile, nascosti dietro ai propositi interventisti; e via dicendo. Spicca l’assenza totale dei Siriani che perdono volontà e capacità d’agire. Restano sullo sfondo come se fossero solo comparse nel dramma del loro stesso Paese, comparse che da copione non pronunciano nemmeno una riga.

2- Si ignora completamente, o si sottovaluta drammaticamente, la ferocia del regime degli Assad. Lo trovo gravissimo. Parliamo di 45 anni di regime mostruoso. La vita quotidiana, drammaticamente ordinaria, in Siria era quella segnata dall’onnipresenza delle Mukhabarat; dal pericolo più che reale, fin troppo concreto, della delazione; dagli arresti indiscriminati; dalla prigionia; dalla tortura; dai massacri. Mustafa Khalifa, nel suo romanzo ‘La conchiglia‘, racconta della prigionia dell’autore, durata una dozzina di anni, e non fa riflettere solo sui metodi di tortura più in voga nelle prigioni di Assad, ma anche sulla noncuranza con la quale un uomo può essere imprigionato e torturato per anni, senza processo, sulla base di una semplice delazione. Khalifa fu arrestato e incarcerato insieme ad alcuni membri dei Fratelli Musulmani, senza il beneficio del dubbio, e non riuscì mai a spiegare a nessuno che lui non poteva essere un Fratello Musulmano perché in effetti, malgrado il nome, è un cristiano! Nel 1982, quando Hafez al-Assad compì un terribile massacro a Hama, la bellissima città delle norie, e rase al suolo una moschea dove si erano riparati i civili, quasi nessuno ne parlò. A Deraa, il 15 marzo del 2011, la popolazione scese in piazza perché il regime aveva arrestato alcuni bambini accusati di sedizione. Sono solo tre esempi tra i molti possibili. Questa è la Siria degli Assad.

3- Si parla unicamente di due alternative possibili: bombardare Assad oppure sostenere Assad. Non una parola sulla possibilità di creare delle no-fly zone, di creare corridoi umanitari, di creare aree sicure per proteggere i civili. Anzi, non si parla di proteggere i civili, tout court. Assad bombarda il Daesh e questo ci sta bene. Assad, in effetti, è il responsabile di gran parte della distruzione della Siria perché non è solo il Daesh a finire sotto le sue bombe. Quanti morti dobbiamo ancora contare, quante vittime delle bombe a grappolo o delle armi chimiche che Bashar dice di non possedere? Assad è un baluardo contro l’islamismo radicale. Come se non avesse liberato lui stesso gli islamisti che aveva “in custodia” proprio per creare il caos e poter poi dire che combatte l’Islam radicale!

4- Ed è forse il punto più importante, che si riconnette al primo. I Siriani hanno gridato a gran voce “Hurrìa!” (libertà); hanno cantato “As-shab iurid isqat an-nizam” (il popolo vuole la caduta del regime); Ibrahim Qashoush, di Hama, ha cantato “yalla, irhal ya Bashar” (su, vattene Bashar) ed è stato ucciso per averlo fatto. Non c’è dubbio alcuno rispetto a cosa voglia il popolo siriano ed è una pretesa più che legittima: “We just want freedom!”, mi disse il bigliettaio della stazione degli autobus di Deraa il 17 aprile 2011. Libertà e dignità. Non accetterò mai che questa rivendicazione venga zittita nel nome di un presunto bene superiore come la distruzione di quel cancro dell’Islam che è il Daesh.

Siamo terrorizzati dal Daesh perché è un mostro di cui non riusciamo – tutti noi, a nord e sud del Mediterraneo ed oltre – a farci una ragione, tanto è spietato, tanto è folle, tanto è disumano. Ma ne siamo terrorizzati – noi a nord del Mediterraneo – perché lo percepiamo come una minaccia diretta e reale. Su quanto in effetti lo sia – sempre per noi a nord del Mediterraneo – non saprei dirlo. So invece che è questo nostro terrore quasi isterico che ci spinge a considerare il Daesh la nostra priorità e a trascurare in nome di questa stessa priorità altre situazioni aberranti. Io credo che, in fondo, scappare o morire per mano di Bashar non sia così diverso che scappare o morire per mano del Daesh.

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