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Odissea migranti in Marocco

Sulle sponde meridionali del Mediterraneo si trovano i cancelli della fortezza Europa. Uno di questi cancelli, il più occidentale e il più prossimo alle coste europee – spagnole, per la precisione – è il Marocco.

Il Marocco è al tempo stesso un Paese di emigrazione, un paese di transito e, sempre di più, un Paese di immigrazione. Tralasciando gli immigrati regolari (dai collaboratori domestici di nazionalità filippina ai pensionati francesi), il fenomeno degli immigrati irregolari riguarda un numero indefinito di persone le cui stime vanno dai 25 ai 45 mila. La maggior parte di essi provengono dall’Africa sub-sahariana e puntano a raggiungere l’area Schengen. L’Europa, intrappolata negli strascichi della crisi economica del 2008, adotta una politica sempre più rigida e severa rispetto alla permeabilità dei propri confini. Il Marocco, sensibilmente più povero e esso stesso terra di emigranti, diventa un ospite tanto improbabile quanto riluttante. Tuttavia, dopo essere stato esposto allo scrutinio e alle critiche internazionali, il Regno ha deciso di adottare una nuova linea politica rispetto all’immigrazione.

Sul territorio marocchino esistono due enclave spagnole: Ceuta e Melilla, la prima sullo stretto di Gibilterra, la seconda sulla costa mediterranea orientale, verso il confine algerino. Il Marocco considera queste due città territorio occupato e ne reclama l’annessione. Da parte sua, il governo spagnolo ha provveduto alla costruzione di due barriere di separazione, due vere e proprie recinzioni lunghe rispettivamente 8 e 12 chilometri e costate 30 milioni di euro (pagati dalla Comunità Europea). Le barriere hanno lo scopo dichiarato di tenere gli indesiderati fuori dal territorio europeo. Esse vengono periodicamente prese d’assalto da gruppi di disperati contro cui sia la polizia spagnola che quella marocchina utilizzano spesso una forza smisurata con conseguenze anche drammatiche. Nel 2005, ad esempio, almeno 11 migranti morirono nel tentativo di attraversare il confine, e centinaia rimasero feriti. Negli anni successivi, gli incidenti si sono ripetuti. Emblematico il caso di un migrante, ‘Clemént’ lasciato morire in seguito ai traumi e alle ferite riportate negli scontri contro le forze marocchine e spagnole nel tentativo di entrare a Melilla, era il 2013. All’uomo, un migrante camerunense, vennero negate cure mediche e morì in pochi giorni nella foresta di Gourougou, dove si rifugiano i migranti. La regista e giornalista italiana Sara Creta, che stava lavorando in quel periodo a un reportage sulla situazione dei migranti in bilico tra Marocco e Spagna insieme alla collega camerunense Sylvin Mbarga, si ritrovò per caso a filmare l’agonia e la morte del migrante camerunense. Il suo documentario ‘Number 9: Stop violence at the borders’ venne ripreso dalle maggiore testate giornalistiche e servì per una campagna di denuncia contro la violenza perpetrata nei confronti dei migranti africani che tentano di entrare in Europa attraverso Ceuta e Melilla.

L’attenzione internazionale portò allora ad una reazione istituzionale. Dapprima, Marocco e nove Stati membri UE (Belgio, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito) firmarono una Dichiarazione Congiunta fondante la Partnership per la mobilità tra Regno di Marocco e Unione Europea e suoi Stati Membri (giugno 2013). Voci critiche si sono levate in merito agli accordi tra Marocco e UE in materia di migrazione. Di fatto, commentava lo studioso marocchino Abdelkrim Belguendouz, l’Europa chiede al Marocco di essere il suo gendarme di confine. Ruolo che non può e non deve ricoprire.

Tuttavia, il problema dei migranti, specie quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana, va oltre gli scontri di frontiera. Diversi analisti (Sebastien Bachelet, nell’analisi proposta per allAfrica.com, Maggy Donaldson & Thalia Beaty, dalle pagine di ‘al-Jazeera’) notano come vi sia in Marocco una buona dose di razzismo e xenofobia che si ripercuote sulle già fragili vite dei migranti, marginalizzati e senza accesso a sanità ed istruzione. In particolare, Bachelet ricorda le denominazioni usate per indicare questi gruppi: termini che fanno riferimento al colore della pelle e allo status di schiavo. Nel 2012, il settimanale ‘Moroc Hebdo’ suscitò diffusa indignazione pubblicando un numero dal titolo ‘Le péril noir’. Ancora, quando l’anno scorso esplose l’epidemia di ebola in Africa occidentale, lo stigma associato ai migranti dell’Africa sub-sahariana divenne ancora maggiore, suscitando paure irrazionali di contagio.

Di fronte alle accuse di venir meno alle convenzioni sui diritti dei migranti, sui diritti civili e politici, sui rifugiati, il governo marocchino decise che era tempo di agire. Il Consiglio Nazionale per i Diritti Umani (CNDH) rilasciò un rapporto che non solo criticava la gestione delle politiche di migrazione, ma forniva anche una serie di raccomandazioni in merito. Mohammed VI, cinquantenne re del Marocco assurto al trono sposando una retorica riformista (paragonabile a quella del coetaneo Re Abdullah II di Giordania, salito al trono nel 1999 come Mohammed VI), avvallò il rapporto i cui punti chiavi erano sostanzialmente tre: riconoscimento del diritto dasilo, regolarizzazione dei migranti irregolari e fine del ricorso alla violenza. La regolarizzazione, cominciata a gennaio dell’anno scorso, ha legalizzato la presenza di 18 mila irregolari, che hanno così ottenuto il permesso di lavorare e il diritto all’assistenza sanitaria e all’istruzione, ma si è chiusa lo scorso dicembre.

Middle East Eye’ ha di recente riferito di alcuni sgomberi avvenuti alla periferia di Tangeri dove alcuni migranti occupavano illegalmente degli appartamenti (a volte persino pagando l’affitto a sedicenti proprietari). Tra le persone sgomberate anche bambini e donne in stato interessante. Gli sfrattati si sono rifugiati sulle colline circostanti, coi pochi beni rimastigli, o nella cattedrale che però non è in grado di ospitarli a lungo termine né in numeri così elevati (parliamo di circa 200 persone). Molti di loro sono invece stati deportati a Marrakech, Agadir o Dakhla. Il più lontano possibile, per scoraggiarli dal tentare la traversata verso l’Europa. Anche l’accampamento di Gouroudou menzionato precedentemente è stato più volte sottoposto allo sgombero.

Il dramma dei sans-papiers non riguarda però solo i migranti africani. La crisi siriana ha trasformato 4 milioni di persone in rifugiati. La maggior parte di loro si è riversata in Turchia (1.805.255), Libano (1.172.753 su una popolazione di poco più di 4 milioni) e Giordania (629.128 su una popolazione di poco più di 6 milioni). Il Marocco ospita circa tremila tra rifugiati e richiedenti asilo. Alla fine del mese scorso è esploso il caso del piccolo Haider Jalabi, un rifugiato siriano di appena dieci anni confinato insieme al padre Bashar all’aeroporto di Casablanca. Bashar Jalabi, disertore dell’esercito siriano ed ex combattente del Free Syrian Army (FSA), ha la residenza in Marocco ed è sposato con una donna marocchina da cui ha avuto un figlio (la coppia è in attesa del secondo). Il piccolo Haider, invece, non ha il permesso legale di risiedere in Marocco col padre. La madre di Haider, e prima moglie di Bashar, è morta qualche anno fa e il bambino era affidato alle cure di una zia in Turchia. Alla morte di quest’ultima, Bashar ha deciso di andare a prendere il figlio per portarlo con sé in Marocco. Il permesso di soggiorno gli è stato negato per due volte ma Bashar ha deciso di tentare lo stesso di portare il bambino nel paese. Dopo essere stati trattenuti in aeroporto per oltre 24 ore, i due sono stati infine deportati a Istanbul. Bashar si trova così separato dalla propria famiglia marocchina, di cui è il principale sostegno economico, impossibilitato a portare con sé in Marocco il figlio minore e perseguitato dallo spettro della deportazione in Siria.

Il paradosso che si è venuto a creare nel contesto di questo caso dice molto rispetto all’approccio delle autorità marocchine rispetto al diritto di asilo. Tuttavia c’è da dire che la crisi siriana sta mettendo a dura prova le capacità di assorbimento dei vicini della Siria e la tenuta di società già fragili. Quello che si teme, in Marocco come negli altri paesi interessati, è che si sviluppi una certa acrimonia tra i rifugiati in fuga dalla Siria e le popolazioni locali, soprattutto negli strati più svantaggiati della società locale. E l’Europa dov’è?

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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