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Accordo Vaticano-Palestina

Vaticano-Palestina_accordo_globale

Qualche giorno fa (venerdì 26 giugno), i rappresentanti della Santa Sede e dello Stato di Palestina hanno sottoscritto, presso il Palazzo Apostolico Vaticano, un Accordo Globale. Per lo Stato Vaticano ha firmato Monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, e per la Palestina il Ministro degli Affari Esteri, Riad al-Maliki.

La Santa Sede stabilì rapporti ufficiali con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) durante il pontificato di Papa Giovanni Paolo II, e precisamente il 26 ottobre 1994. In seguito, il 15 febbraio 2000, venne siglato un Accordo di Base. Il processo languì fino alla visita di Papa Benedetto XVI in Terra Santa del 2009 e i negoziati ripresero l’anno successivo.

Il 29 novembre 2012, l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione che riconosce la Palestina come Stato osservatore – ma non membro – delle Nazioni Unite, lo stesso status della Santa Sede. L’interlocutore del Vaticano è quindi diventato lo Stato di Palestina.

Il 6 febbraio dello scorso anno, si è tenuto un incontro ufficiale presso il Ministero degli Affari Esteri dello Stato di Palestina a Ramallah. A maggio dello stesso anno, Papa Francesco in visita in Terra Santa ha incontrato le autorità palestinesi. Circa un anno dopo, il 13 maggio scorso, si è tenuta una Sessione Plenaria della Commissione Bilaterale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina. Il testo dell’Accordo è stato finalizzato in quella occasione.

In un’intervista rilasciata al ‘L’Osservatore Romano’, Monsignor Antoine Camilleri, Sottosegretario per i Rapporti con gli Stati nonché capo della delegazione della Santa Sede, ha chiarito che l’accordo «ha lo scopo di favorire la vita e l’attività della Chiesa cattolica e il suo riconoscimento a livello giuridico» e che «trattandosi della presenza della Chiesa nella terra dove è nato il cristianesimo, l’accordo ha una valenza e un significato del tutto particolare».

La settimana scorsa, infine, si è siglato l’Accordo costituito da un Preambolo e otto capitoli per un totale di 32 articoli. Esso entrerà in vigore una volta che entrambi i contraenti lo avranno ratificato. Il Preambolo chiarisce il punto di vista della Santa Sede rispetto alla questione palestinese: si fa riferimento all’autodeterminazione del popolo palestinese e si sostiene l’obiettivo della ‘two-State solution’. Nella stessa sede, si sottolinea l’alto valore simbolico e la sacralità di Gerusalemme per Cristiani, Musulmani ed Ebrei, allo stesso modo. Si stabiliscono, inoltre, gli interessi della Santa Sede in Terra Santa. Nel secondo capitolo, si tratta la libertà di religione e di coscienza, toccando argomenti come il valore civile del matrimonio canonico, il riconoscimento e rispetto delle festività religiose, l’obiezione di coscienza.

Il terzo capitolo tratta dell’organizzazione interna della Chiesa (conferimento degli uffici, esenzione dei chierici dai servizi obbligatori), della competenza dei tribunali ecclesiastici (che secondo l’ordinamento palestinese hanno giurisdizione civile). Nel quarto capitolo si affrontano i temi del matrimonio, della filiazione e dell’adozione. Nel quarto capitolo si tratta il tema dei luoghi di culto e quello, connesso, del pellegrinaggio. Nel sesto, l’attività della Chiesa nel sociale, nell’istruzione, nell’assistenza. Il settimo capitolo affronta il regime fiscale delle proprietà ecclesiastiche (in buona sostanza, in termini di non imponibilità).

Ma veniamo alle reazioni. Se la Santa Sede ha sottolineato l’alto valore simbolico dell’Accordo in virtù della sacralità e importanza della Terra Santa per il Cristianesimo, esso si inserisce pure nel quadro delle preoccupazioni per la sorte dei Cristiani in Medio Oriente, sovente espresse da Papa Francesco. L’Accordo serve a stabilire un modello delle relazioni con le minoranze cristiane nei Paesi della regione. Inoltre, l’Accordo può, secondo il Vaticano, contribuire a stimolare il processo di pace. Di tutt’altro avviso vari commentatori che sin dall’incontro del 13 maggio non hanno lesinato critiche, anche feroci, all’iniziativa vaticana.

Jonathan S. Tobin, dalle pagine del mensile americano neo-conservatore ‘Commentary’ (fondato dall’American Jewish Committee nel 1945), inserisce il riconoscimento dello Stato di Palestina nel tentativo conciliativo verso Arabi e Musulmani per salvaguardare le minoranze cristiane in Medio Oriente. Tuttavia, piuttosto che promuovere la pace, l’iniziativa vaticana la allontanerebbe dato che il riconoscimento non ha posto la condizione preliminare, a suo dire fondamentale, della pace con Israele. Tobin non manca di ricordare che la Santa Sede ha riconosciuto Israele solo nel 1993, «mettendo fine alla politica ufficiale della Chiesa di opposizione al Sionismo». Non vi sono dubbi rispetto alle buone intenzioni del Papa, scrive ancora Tobin, ma l’iniziativa è senza dubbio mal consigliata e controproducente.

Feroce Michael Freund, ex membro dello staff di Benyamin Netanyahu. In un articolo apparso sul ‘Jerusalem Post’, Freund accusa la Chiesa Cattolica di aver sparato l’ultima cartuccia nella sua plurimillenaria lotta contro l’autodeterminazione del popolo ebraico. «Questa mossa oltraggiosa è un brutto colpo per le relazioni tra Cattolici ed Ebrei e non può rimanere senza risposta». In un pezzo fitto di citazioni bibliche, Freund insiste sulla promessa divina della Terra Santa agli Ebrei e l’estraneità dei Palestinesi a questo progetto divino. Al contempo, prosegue l’invettiva contro la Chiesa Cattolica: «data la sua storia di sordido antisemitismo, di libri bruciati, di conversioni forzate e Inquisizione, la Chiesa Cattolica dovrebbe pensarci cento volte prima di osare pestare i piedi di Israele. Piuttosto, il papa dovrebbe inginocchiarsi e chiedere perdono al popolo ebraico e la redenzione al Creatore per quello che il Vaticano ha causato nel corso dei secoli». Freund conclude dicendo «Papa Francesco deve capire che riconoscendo il fittizio “Stato di Palestina” si schiera contro Israele, contro il popolo ebraico e contro la Bibbia stessa. E questo è qualcosa che non possiamo perdonare, né dimenticare presto».

Sebbene l’opinione di Tobin e, soprattutto, quella di Freund non rappresentino necessariamente quella della maggior parte degli Israeliani né quella della comunità ebraica, è senz’altro vero che l’Accordo appena firmato non incontra certo il favore di Israele. Siddharta Mahanta, vice caporedattore di ‘Foreign Policy’, definisce l’iniziativa vaticana «un’altra mossa sfacciata e controversa nell’arena della politica estera». In linea, in effetti, con altre scelte epocali di Papa Francesco, come incoraggiare la ripresa dei rapporti tra USA e Cuba o l’enciclica sull’ambiente. Non solo. Come abbiamo già notato, fa seguito alla volontà della Chiesa di proteggere le comunità cattoliche ovunque. (A questo proposito, ‘Reutersnota che dei centomila cattolici presenti in Terra Santa, la maggioranza sono, in effetti, Palestinesi).

Al-Jazeera’, infine, riporta le parole del portavoce del Ministro degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon: «Questo passo avventato danneggia le prospettive per l’avanzamento del processo di pace e mina lo sforzo internazionale per convincere l’Autorità Palestinese a riprendere il negoziato diretto con Israele». Secondo il portavoce, il testo dell’accordo ignora completamente i diritti del popolo ebraico sulla terra d’Israele e su Gerusalemme, in particolare. Mentre un Accordo tra Israele e la Santa Sede langue sul tavolo ormai dal 1999, Nahshon rimarca: «Israele studierà l’Accordo [tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina] nel dettaglio e le implicazioni per la futura cooperazione tra Israele e il Vaticano».

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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