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Tutti contro l’Iran?

Anwar Majed Eshi and Dore Gold at CFR

Anwar Majed Eshi and Dore Gold at CFR

Abbiamo avuto modo di vedere in un precedente articolo come la lotta geopolitica per l’egemonia in Medio Oriente si sia fatta feroce in Yemen, dove prosegue l’offensiva della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro gli Houthi, formazione sciita che, si dice, avrebbe il sostegno dell’Iran. Nello stesso articolo, ricordavamo pure come le trattative sul nucleare iraniano preoccupino non poco gli attori regionali, dall’Arabia Saudita a Israele.

Si avvicina la scadenza del 30 giugno, data entro cui dovrebbe essere raggiunto un accordo tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Regno Unito) più la Germania (P5+1) e l’Iran. Secondo l’accordo in fase di negoziazione, le sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica verranno sollevate in cambio della limitazione delle attività del Paese nel campo del nucleare. Il Presidente iraniano, Hassan Rohani, appartenente al clero e presente nella vita politica del Paese sin dalla rivoluzione khomeinista, si definisce un riformista e un moderato. È stato, in effetti, il primo leader iraniano ad avviare un dialogo con un Presidente americano dal 1979. A settembre del 2013, appena eletto alla Presidenza, aveva tenuto un attesissimo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciando la disponibilità del proprio Paese ad avviare un negoziato sul nucleareaffermando con chiarezza che l’Iran non è interessato ad armamenti nucleari in quanto contrari all’etica islamica iraniana.

Incrollabilmente scettici, sia i sauditi che gli israeliani non hanno mai creduto  nelle professioni di buona fede dell’Iran e non hanno mancato di manifestare apertamente la loro
contrarietà al riavvicinamento tra gli Stati Uniti di Barack Obama e l’Iran di Rohani. Un articolo
pubblicato il 30 marzo scorso da The Independent riportava le parole di un funzionario israeliano
secondo cui «La necessità crea le alleanze. La necessità, tanto nostra quanto dei Sauditi – ma
anche dei Paesi del Golfo, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania ed Egitto – è di stare in
guardia contro l’Iran, che è un potere aggressivo ed espansionista. Riteniamo che l’accordo
nucleare che l’Iran potrebbe strappare alla comunità internazionale renderebbe tutti noi nella
regione vulnerabili. Pertanto, ha senso che cooperiamo».

Ufficialmente, i due Paesi non hanno mai avuto relazioni diplomatiche. Tuttavia, due illustri
personaggi hanno di recente rivelato l’esistenza di contatti segreti tra i due Paesi. Si tratta di
Anwar Majed Eshki, ex ambasciatore saudita negli USA, e Dore Gold, ex ambasciatore israeliano
presso l’ONU in procinto di essere nominato direttore generale del Ministero degli Esteri [l’articolo originale è stato pubblicato prima che la nomina divenisse ufficiale]. L’evento è stato organizzato e ospitato dal Council on Foreign Relations (CFR) di Washington. Eshki ha parlato di pace tra Israele e gli Arabi, di cambio di regime in Iran, di maggior cooperazioni tra i paesi arabi (inclusa la costituzione di un forza militare regionale) e di creazione di un Kurdistan indipendente da ritagliare a spese di Turchia, Iraq e Iran. Gold ha condiviso le preoccupazioni del suo interlocutore rispetto all’Iran ma ha evitato di parlare di cambio di regime e ha sottolineato che, malgrado la coincidenza di inquietudini riguardo la Repubblica Islamica, restano varie questioni da risolvere nei rapporti tra i due Paesi.

Segnali di avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele vi erano già stati. In particolare, WikiLeaks nel
2010 aveva pubblicato una comunicazione in cui un funzionario israeliano rilevava la comunità di
preoccupazioni tra gli Arabi e Israele rispetto all’Iran e la convinzione dei primi che Tel Aviv
potesse avere un ascendente particolare su Washington proprio in merito alla questione iraniana
(convinzione errata, verrebbe da commentare alla luce degli sviluppi successivi).

In realtà, alcuni osservatori restano scettici rispetto le prospettive di una vera e propria
alleanza tra Tel Aviv e Riyad. Elliott Abrams, del CFR, scrive inequivocabilmente: «Non esiste
alcuna alleanza o amicizia tra Israele e Arabia saudita, né ci sarà domani».

L’altro Paese interessato a un’alleanza anti-Iran potrebbe essere la Turchia. Finita in splendido
isolamento negli ultimi anni, cerca ora di riguadagnare una posizione di rilievo sullo
scacchiere regionale. In febbraio, il Presidente turco, Recep Tayyep Erdogan, ha fatto visita al nuovo regnante saudita, Salman bin Abdulaziz al–Saud, per sondare il terreno. Tuttavia, la posizione di netto contrasto con l’Egitto di Abdel Fattah al–Sisi – importante alleato del regno – rende difficoltoso guadagnarsi i favori sauditi. Al-Sisi e la casa di al-Saud condividono l’avversione nei confronti dei movimenti legati ai Fratelli Musulmani (entrambi li hanno etichettati come
organizzazione terroristica), mentre Erdogan sostiene la spinta riformista della fratellanza nel mondo arabo.

Il professore di relazioni internazionali F. Gregory Gause III ha proposto dalle pagine del
Washington Post un’interessante analisi sulle ragioni per le quali non si concretizza un’alleanza
regionale in funzione anti-Iran.

Secondo la teoria della politica dell’equilibrio (balance-of-power), la convergenza di apprensioni
rispetto a un nemico comune avrebbe dovuto sostenere la formazione di un asse tra
Turchia, Arabia Saudita e Israele. Di questi, gli ultimi due identificano chiaramente l’Iran come
la minaccia più grave. La Turchia, meno preoccupata, ha comunque interesse a un equilibrio
regionale che le sia favorevole. Il nodo cruciale, asserisce Gause, è che questi Paesi e l’Iran
rappresentano modelli, sistemi socio-politici, molto diversi tra loro e incompatibili. Pur
essendo entrambi Paesi sunniti, Turchia e Arabia Saudita adottano due ordini politici radicalmente diversi: la Turchia di Erdogan è una Repubblica democratica che sposa uno stile populista e sostiene i Fratelli Musulmani nel mondo arabo; l’Arabia Saudita di Re Salman è una monarchia assertiva che sostiene le altre monarchie della regione e non vede certo di buon occhio i movimenti riformisti democratici. Israele, dal canto suo, non solo si differenzia dal punto di vista politico, etnico e religioso, ma persegue una politica inaccettabile rispetto alla Cisgiordania (gli insediamenti di coloni) e a Gaza. Intanto, l’Iran rappresenta, per molti sciiti, un’allettante alternativa agli ordini arabo-sunniti e contesta l’ordine – o il disordine, in gran parte prodotto dagli USA – della regione.

«Il Medio Oriente non è semplicemente una regione multipolare in termini di potere. È
multipolare ideologicamente», scrive Gause. I rapporti nella regione non sono meramente
rapporti di forza, ma si inseriscono in una sorta di competizione ideologica. In un’ottica
puramente realista delle relazioni internazionali, i Paesi con un nemico in comune tenderebbero a formare un’alleanza. Tuttavia, nell’ambito di divergenze ideologiche così profonde, i leader
di questi stessi Paesi sono circospetti, e diffidenti gli uni degli altri. Soprattutto, nessuno di
loro è disposto a correre il rischio che uno degli alleati diventi infine il potere egemone
nella regione a proprie spese. Si aggiunga a tutto questo la variabile Stato Islamico e il suo alto
livello di imprevedibilità.

Insomma, l’Iran preoccupa i vicini, nessuno escluso, ma non riesce a unirli davvero in un’alleanza
che superi rivalità e rancori profondi. Resta da vedere in che forma si concretizzerà l’accordo per il nucleare il prossimo 30 giugno (ammesso che la scadenza non slitti), e quali conseguenze avrà sugli equilibri regionali.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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