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La variabile tribale in Libia

Map by Giacomo Goldkorn for Geopolitical Atlas (March 18, 2015)

Map by Giacomo Goldkorn for Geopolitical Atlas (March 18, 2015)

A quattro anni dall’inizio della (prima) guerra civile, il panorama della Libia è ancora estremamente fluido e volatile. Dopo la detronizzazione e uccisione del Colonnello Muammar Gheddafi (il 20 ottobre del 2011), non è emerso alcuno stato unitario ma due governi e coalizioni rivali: il Governo, internazionalmente riconosciuto, di Tobruk, guidato da Abdullah al-Thani e la coalizione Operazione Dignità che ha dichiarato guerra a tutte le forze islamiste nel paese; e il Governo di Tripoli, guidato dai Fratelli Musulmani, e la coalizione Alba Libica. A questi si aggiungono le milizie islamiste di Ansar al-Sharia a Bengasi e le forze dello Stato Islamico insediatesi a Derna e Sirte. Uno degli elementi che costituiscono il complesso quadro sociale libico è il tribalismo. Lidentità libica, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ISPI, si compone essenzialmente di tre elementi: lidentità nazionale, che è stata faticosamente costruita in chiave anti-colonialista e anti-imperialistica (a questo proposito si veda il film del 1981 ‘Il leone del deserto’, del regista siriano Mustafa Akkad*, che racconta la storia di Omar al-Mukhtar alla guida della resistenza agli Italiani negli anni venti); lappartenenza regionale: Fezzan (sud-ovest), Tripolitania (nord-ovest) e Cirenaica (est); e lascendenza tribale. Riguardo quest’ultimo elemento, si distingue in tribù arabe, a nord lungo la costa; tribù berbere, localizzate nella zona nord-ovest al confine con la Tunisia; tribù tuareg, a sud-ovest lungo il confine algerino e quello del Niger; e tribù tebu o toubou, a sud verso il Chad. “Esistono circa 130-140 tribù delle quali ad avere rilevanza politica sono soltanto 20 o 30,” ci dice Varvelli. “In effetti, il ruolo delle tribù pertiene più il tessuto sociale che non la sfera politica. Il vecchio tribalismo si è parecchio stemperato, in particolare con l’urbanizzazione”. Infatti, in appena 15 anni (tra il 1970 e il 1985), la popolazione urbana in Libia è passata dal 50 al 75%. Durante il primo decennio del suo regime, Gheddafi cercò di ridurre la rilevanza sociopolitica delle tribù. Nell’ottica del panarabismo, favorì le tribù arabe escludendo le altre etnie dai diritti di cittadinanza. Più in generale, il regime del Colonnello adottava con le tribù due tipi di tattiche: la cooptazione nel regime e la marginalizzazione. Il processo di inclusione-esclusione ha invero seguito direttrici variabili di mera opportunità, spesso giocando sulle rivalità per meglio controllare tutte le fazioni. Il conflitto del 2011 e la dissoluzione dello stato unitario libico hanno in qualche maniera rinvigorito la componente tribale dell’identità libica. Dal punto di vista confessionale, la Libia è piuttosto omogenea: la maggior parte dei libici appartiene alla scuola Sunnita-Malikita. L’unica area in qualche modo più sensibile a fenomeni di radicalizzazione islamica è il nord della Cirenaica, storicamente trascurata dal governo di Tripoli. In questo caso Varvelli parla di ‘jihadismo funzionale’: per affrancarsi dal regime di Qaddhafi, molti giovani sono partiti per l’Afghanistan o l’Iraq e, più tardi, per la Siria. Questi mujahideen non erano attirati, almeno inizialmente, dall’elemento teologico; ma al rientro in patria si era ormai compiuto un processo di radicalizzazione che, a livello individuale, può sfociare nell’indottrinamento di parenti, amici, vicini ecc. Non è forse un caso che lo Stato Islamico si sia stabilito a Derna, centro costiera della Cirenaica. A Sirte, città natale di Gheddafi, vi è stata una sovrapposizione tra tribalismo e islamismo radicale. In qualche maniera, è sorprendente che proprio la tribù Qaddhafa si sia alleata con forze radicali ma, spiega ancora Varvelli, si tratta di un’alleanza puramente strumentale. Se è vero che al-Baghdadi non manca di inviare emissari per l’indottrinamento dei suoi alleati, come per esempio a Derna, bisogna tenere presente che “l’adesione all’islamismo radicale è di per sé estranea alla mentalità tribale dominata da abitudini e norme consuetudinarie (‘urf). A Benghazi, per esempio, il network tribale ha impedito la radicalizzazione di molti giovani.” Quello delle tribù berbere, localizzate attorno al confine tunisino, è un altro esempio: “le tribù berbere da sempre rappresentano un elemento quasi laico del panorama nordafricano; resistono all’indottrinamento ideologico pur partecipando – anche qui per ragioni d’opportunismoal governo islamista di Tripoli”. I Tuareg sono forse più vicini all’islamismo. Varvelli cita il caso del nord del Mali, dove i Tuareg hanno sostenuto il rovesciamento del governo, ma rimane dubbioso rispetto alle ragioni: “anche qui si tratta più di mero opportunismo che di vicinanza ideologica”. La tribù rappresenta al tempo stesso un argine alla radicalizzazione e un alleato d’opportunità dei governi islamisti. Bisogna inoltre tenere in considerazione che le rivalità tribali, che siano all’interno della stessa etnia o tra tribù di etnia diversa, giocano un ruolo nella scelta delle alleanze. Tebu si sono alleati col governo di Tobruk nel contesto di uno scontro con i rivali delle tribù arabe per il controllo delle vie commerciali – e delle direttrici del contrabbando – nel sud del paese. Al tempo stesso, i Tebu proclamano di essere un baluardo contro il jihadismo nel Fezzan, denunciando l’associazione tra membri dei clan tuareg e affiliati di al-Qaeda. In definitiva, notano i commentatori, ci sono due elementi da tenere presenti nel valutare il fattore tribale sullo scenario libico: il primo è che il sistema d’alleanze è flessibile e risponde principalmente a circostanze e opportunità pratiche; il secondo è che il Salafismo è incompatibile con il tribalismo sia dal punto di vista dottrinale che dal punto di vista legale: molte tribù conciliano l’Islam con pratiche e tradizioni avulse dalla dottrina ortodossa e, mentre il Salafismo riconosce unicamente la legge sharaitica, le tribù risolvono dispute e questione legali secondo il diritto consuetudinario. Questo non significa che la radicalizzazione di alcuni elementi non sia possibile, ma suggerisce che lavanzata dello Stato Islamico in Libia sia tutt’altro che agevole.

* Incidentalmente, Mustafa Akkad e sua figlia Rima rimasero uccisi negli attentati terroristici che il 5 novembre 2005 colpirono tre grandi alberghi di Amman.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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