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Il ‘pivot to Asia’ mediorientale

Il mio ultimo articolo per L’Indro:

Nel quadro del ribilanciamento degli equilibi geo-strategici, i leader mediorientali si rivolgono a Pechino come nuovo e promettente partner principale. Prodotti cinesi in cambio di petrolio. L’interpretazione cinese ‘soft’ dell’egemonia globale guadagna consensi in territori un tempo sottoposti esclusivamente agli interessi USA
Saudi king - Chinese leader
Quando nell’autunno del 2011 ‘Foreign Policy’ (FP) pubblicò il saggio di Hillary Clinton – allora Segretario di Stato – ‘America’s Pacific Century’, la ratio dietro la correzione di rotta nella politica estera americana era ovvia. Stremati da un decennio di disastroso impegno militare in Medio Oriento, gli Stati Uniti rivolgevano la propria attenzione, almeno programmaticamente, verso unarea emergente densa di fermenti economici e commerciali: lAsia, dall’Oceano Pacifico all’Oceano Indiano. Oggi, possiamo affermare con una buona dose di sicurezza che la svolta asiatica (pivot to Asia) è stata molto meno sensazionale di quanto non ci si aspettasse – con il trattato di partenariato trans-Pacifico ancora in attesa di approvazione – e che, di contro, il disimpegno dal pantano Medio Oriente è molto meno agevole di quanto Obama avesse sperato.
Ad ogni modo, il desiderio americano di guardare verso altri lidi non è passato inosservato in Medio Oriente. Il cambiamento qualitativo dellimpegno nella regionedallamministrazione Bush a quella Obama è stato piuttosto evidente e, con la ciliegina sulla torta rappresentata dall’accordo nucleare con lIran, ha incoraggiato gli alleati tradizionali a seguire lo sguardo americano e rivolgerlo anch’essi verso Est. I cinesi – che sono piuttosto pragmatici e soprattutto, al contrario di alcune amministrazioni americane compresa quella Obama, coerenti nel disegnare le proprie strategie in politica estera – stavano già da qualche tempo lavorando alle relazioni con i Paesi del grande Medio Oriente. Il fulcro di queste relazioni è, ovviamente, l’approvvigionamento energetico.
Le visite e controvisite dei leader cinesi e di quelli mediorientali si sono infittite nel corso dellultimo anno, segnala David Rothkopf dalle pagine di FP, testimonianze non solo della disponibilità dei leader della regione a rivolgersi a una superpotenza diversa dagli Stati Uniti, ma anche del grande interesse della Cina a insinuarsi nelle crepe dellegemonia americana. C’è da dire, però, che Americani e Cinesi sposano due approcci molto diversi. Mentre gli Stati Uniti hanno la tendenza a flettere i muscoli e a trovarsi militarmente coinvolti in situazioni dalle quali poi non riescono ad uscire (Afghanistan e Iraq) o ne escono con le ossa rotte (Somalia), la Cina maneggia con grande abilità le armi delsoft power’ e intreccia laboriosamente e con costanza relazioni commerciali che accrescono la sua influenza e i suoi traffici. Mentre il fabbisogno energetico del gigante asiatico cresce, e continuerà a farlo almeno per il prossimo futuro, rendendo il Medio Oriente un punto focale dei suoi interessi, la Cina già qualche anno fa (2009) diveniva la più importante fonte delle esportazioni che raggiungono la regione.
L’Egitto di al-Sisi cerca di attrarre gli investitori invitandoli a Sharm el-Sheikh (l’Egypt Economic Summit si è tenuto a marzo e ha partecipato non solo la Cina ma anche il nostro Paese). Israele non fa mistero della sua volontà di stringere i rapporti con la Cina per controbilanciare lo sgraditissimo riavvicinamento americano all’Iran. A proposito, bisogna davvero plaudire alla destrezza con cui la Cina riesce a intrattenere rapporti apparentemente inconciliabili come quelli simultanei con Iran, Arabia Saudita e Israele – gli stessi rapporti che agli Stati Uniti causano non pochi grattacapi. Infatti, riporta ancora Rothkopf, la Cina è il principale partner commerciale sia dellIran che dei Sauditi (a proposito, sapevate che l’Arabia Saudita ha utilizzato missili di produzione cinese nei suoi raid contro gli Houthi in Yemen?) e il secondo per Israele e il Pakistan.
I rapporti con il Pakistan hanno una tradizione piuttosto lunga basata sulla formula ‘il nemico del mio nemico è mio amico’ (l’avversario comune essendo l’India) e si concretizza in un’alleanza strategica piuttosto solida volta non solo a controbilanciare i rivali indiani ma anche a facilitare l’accesso cinese alla zona del Mar Arabico: i Cinesi hanno finanziato e costruito il porto di Gwadar e hanno di recente ottenuto il diritto di amministrarlo per i prossimi 40 anni.
I rapporti con l’Iran sono interessanti in prospettiva: (se e) quando le sanzioni contro l’Iran verranno sollevate la Cina (ma anche l’India) si getterà sul petrolio persiano con grande voracità e, se i due Paesi asiatici sceglieranno di cooperare anche sul nucleare, è verosimile che i loro rapporti diventino davvero stretti. Intanto, già lautunno scorso Iran e Cina conducevano esercitazioni navali congiunte.
In questa sorta di pivot to Asia edizione mediorientale le considerazioni da fare sono numerose. Quelle più banali riguardano i puri e semplici interessi economico-commerciali sia della Cina che dei Paesi del Medio Oriente. Pechino sta costruendo una via commerciale ed energetica solida attraverso il progetto in fieri della nuova ‘Via della Seta’ (21st Century Maritime Silk Road) che faciliterà l’accesso non solo all’area mediorientale ma anche all’Europa. Centrale per questo viadotto è il ‘filo di perle’ (string of pearls), cioè di porti che dal Mar della Cina portano fino al Golfo, tra cui Gwadar – con la marina militare cinese che discretamente già naviga le acque del Mar Arabico e del Golfo di Aden e le acque somale. Già citate anche le ragioni strategiche dei secondi: in risposta al disimpegno americano ci si rivolge a quella che è universalmente considerata come la potenza emergente.
Analisi più profonde richiedono invece di considerare la politica estera cinese nel suo insieme. Se Pechino è stata a lungo concentrata sulle sue dinamiche interne, scegliendo di non farsi coinvolgere troppo nella complessa amministrazione del sistema mondo, ha più di recente iniziato ad affacciarsi sui vari scenari esteri scegliendo una sua peculiare declinazione strategica. La presenza cinese non si impone come quella occidentale, troppo spesso caratterizzata da un interventismo malconsigliato e controproducente, ma propone una collaborazione non imbrigliata da condizionamenti di tipo politico. Nel concreto, questo significa che i cinesi evitano accuratamente di essere coinvolti nelle vicende interne dei Paesi nei quali operano. Questo è dovuto in larga parte alla sacralità che riveste il concetto di sovranità nazionale, ma anche ad una buona dose lungimiranza e scaltrezza politica.
Alla sindrome di Atlante tutta americana (o forse occidentale) del dover a tutti i costi farsi carico delle vicende dell’intero pianeta nella veste di gendarme globale, la Cina contrappone una più pragmatica idea delle relazioni internazionali basata sullastensione dal giudizio sulla situazione domestica dei partner, segnatamente in termini di diritti umani. (La Cina ha un’idea dei diritti umani che è di stampo collettivista e non individuale, il benessere economico della società nel suo insieme è più importante delle libertà politiche o civili delle singole persone). Questo le ha permesso di ricevere un caloroso benvenuto nel continente africano, dove la Cina investe senza porre le famose ‘condizioni’ del conditional aid. Lo stesso potere d’attrattiva esercitato sui paesi arabi sovente bacchettati proprio per la cattiva reputazione in materia di libertà individuali e diritti umani. La Cina è un ospite molto meno invadente, che porta grandi investimenti e colossali infrastrutture, e un patron molto più attraente.
Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.
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