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Hillary Clinton e la politica mediorientale

Il mio ultimo articolo per L’Indro: intervista a Roberto Menotti sulle prospettive sul Medio Oriente di un’eventuale Amministrazione Clinton

L’annuncio della candidatura per la corsa alla Presidenza di Hillary Clinton sollecita speculazioni sul futuro della politica estera americana in Medio Oriente. Di impostazione centrista, la Clinton ha sostenuto in alcune occasioni posizioni più interventiste del Presidente Obama eppure c’è chi la ritiene ‘too weak for the White House’.

Hillary Clinton and Barack Obama in ME

Candidato democratico alle prossime elezioni, la Clinton potrebbe modificare il quadro dei rapporti americani nella regione, ma non di molto.

 

Hillary Rodham Clinton, 67 anni, ha di recente lanciato la propria campagna elettorale in vista delle presidenziali americane del prossimo anno. Il candidato democratico ha adottato uno slogan che fa appello alla gente comune: “Everyday Americans need a champion. I want to be that champion.” Prassi comune nella corsa alla Casa Bianca dato che l’elettorato americano manifesta normalmente scarsa attenzione per la politica estera. Eppure, dato il peso degli Stati Uniti sul panorama internazionale, è lecito chiedersi quali siano le propensioni della Clinton in materia.  Roberto Menotti, Direttore di ‘Aspenia online‘ e vicedirettore di ‘Aspenia‘, nonché Senior Advisor presso l’Aspen Institute Italia, ci parla delle prospettive mediorientali di uneventuale presidenza Clinton.

Ripercorriamo i rapporti della Clinton con il Medio Oriente: nel 2002 siede al Senato e vota a sostegno della Iraq Resolution che autorizzava l’uso della forza contro il regime di Saddam Hussein; nel 2011, Segretario di Stato in carica, si allinea alla posizione interventista e invita gli alleati della NATO a sostenere i ribelli libici con raid aerei contro le postazioni di Muammar Gheddafi; in Siria, si trova in disaccordo con il Presidente Obama rispetto all’opportunità di intervenire al fianco dei ribelli; in seguito all’avanzata dell’IS (Islamic State) in Siria e Iraq, si riallinea alle posizioni di Obama contro un intervento delle forze americane sul territorio. Qual è l’ottica che spinge la Clinton verso posizioni interventiste e come si spiega questa tendenza militarista?

La prima fase della carriera politica di Hillary Clinton va valutata nel contesto storico del post-11 settembre, quando l’intero baricentro della leadership americana (ma anche dell’opinione pubblica) si è spostato decisamente verso una presenza internazionale molto proattiva e interventista. In quella fase, si sono saldate, almeno temporaneamente, le pulsioni del cosiddetto ‘interventismo liberale’, quelle dell’’eccezionalismo’ americano, e quelle del ‘National security state’ di marca conservatrice – per semplificare un po’ il quadro. Le scelte della Clinton sull’Iraq nel 2002 e negli anni immediatamente successivi non vanno, dunque, viste come un’anomalia: una figura ‘centrista’ di radici democratiche poteva trovarsi su quelle posizioni senza troppe forzature. Non dobbiamo cioè proiettare retrospettivamente il giudizio storico sugli errori commessi con le decisioni sull’Iraq, prima, durante, e ancor più dopo l’eliminazione di Saddam Hussein.

Diverso, e più rilevante per il futuro, è il caso del periodo al Dipartimento di Stato, soprattutto dopo le rivolte arabe del 2011. A quel punto, l’intero edificio della politica mediorientale americana ha perso molte delle sue fondamenta, e la Clinton ha cercato di adattarsi, seguendo una linea più interventista rispetto al suo Presidente. Lo ha fatto però entro i limiti della correttezza istituzionale, esprimendo il suo parere nell’ambito dei Cabinet meetings e senza sconfessare le scelte presidenziali.

Il caso Libia fu peculiare per le modalità di coinvolgimento americano: diretto, ma limitato nel tempo e nell’intensità – dunque, si raggiunse quasi il limite della tolleranza di Obama per l’uso della forza in una situazione chiaramente non prioritaria per Washington.

Sulla Siria, è tuttora aperto il dibattito su cosa sarebbe stato meglio fare o non fare dal 2011. Ci sono stati molte oscillazioni e ripensamenti sul ruolo di Assad, degli attori regionali, e più recentemente sull’urgenza di fermare l’ISIS. Non certo una linea priva di tentennamenti, insomma, e la Clinton è stata un protagonista attivo della discussione interna.

Del resto, come in ogni Amministrazione, anche in quella Obama ci sono più anime o correnti sulla politica estera e la sicurezza. Hillary Clinton è la capofila di un fronte ‘interventista’ piuttosto compatto, in cui possiamo inserire anche Susan Rice e Samantha Power: una coalizione piuttosto influente (e tutta femminile, come è stato notato da vari commentatori anche con un po’ di sarcasmo sessista).

Non la definirei comunque una tendenza ‘militarista’, ma certamente nella visione che la Clinton adotta per collocare gli Stati Uniti nel sistema internazionale l’uso della forza militare è anche al servizio di interessi ‘secondari’ americani – cioè non soltanto di interessi nazionali di assoluta priorità. In altre parole, l’impiego della superiorità militare americana è più discrezionale rispetto all’impostazione di Obama, e questo spiega appunto le divergenze registrate tra i due negli anni della Clinton come Segretario di Stato.

Quanto conta la necessità di tacitare le insinuazioni di esseretroppo debole per la Casa Bianca in quest’atteggiamento da ‘falco’?

Negli anni in cui è stata al Dipartimento di Stato ben poco: non credo che ragionasse in termini di ambizioni presidenziali. Del resto, Obama è stato rieletto senza particolari difficoltà nel 2012, pur essendo visto da molti americani (anche parte dei suoi elettori) come poco interventista e perfino debole e incerto in politica estera: il fatto è che le questioni internazionali non sono tornate al centro della scena fino a uno o due anni fa per l’elettorato, e la Clinton non sembra finora aver beneficiato delle sue posizioni da ‘falco’. Certo, con l’avvio della campagna elettorale per il 2016 si è aperta una fase nuova, in cui la politica estera sarà rilevante ma in cui i veri avversari di Hillary sono probabilmente più ‘falchi’ di lei, visto che di fatto non sembra avere rivali nelle primarie democratiche.

Hillary Clinton riteneva Hosni Mubarak, amico di lunga data, un alleato stabile degli USA nella regione. Benjamin Netanyahu, soprannominato Bibi, è uno dei pilastri dei rapporti istituzionali e personali della Clinton nell’area. Cosa ci dicono questi rapporti particolari rispetto alla sua posizione? Sono fondate le accuse di chi ritiene che sia portata a sostenere regimi autocratici pur di mantenere lo status quo?

Anche qui si dovrebbe distinguere tra situazioni ben diverse. Mubarak era politicamente un ‘amico’ di tutto l’Occidente, e peraltro un partner affidabile anche per Israele su molte questioni cruciali. Non c’era nulla di peculiare in quell’atteggiamento di Hillary Clinton, e tutta la politica di sicurezza americana nell’area poggia (tuttora) su una maggioranza di regimi non pienamente democratici e/o con situazioni interne molto contestate. Non si tratta più comunque di mantenere lo status quo, ma semmai di gestire un cambiamento già in corso (sociale/transnazionale e di equilibri regionali tra Stati), e incanalare questo cambiamento nelle direzioni meno pericolose. Insomma, l’agenda di politica mediorientale con cui la Clinton deve confrontarsi non è più la stessa del pre-2011.

E questo vale ovviamente anche rispetto al ruolo di Israele. Quanto a Netanyahu in particolare, è stato per molto tempo il punto di riferimento per tutto l’establishment conservatore ma anche centrista negli Stati Uniti. È da sempre un personaggio difficile e controverso, con il quale (almeno finché guida il suo Paese) si dovrà comunque trovare un accomodamento su varie questioni regionali (Iran, Palestinesi, Sinai, Libano meridionale, Golan). Se la Clinton ha coltivato i rapporti personali con ‘Bibi’, potrà magari esercitare qualche pressione in più sul governo che deve ancora nascere dopo le recenti elezioni, ricucendo in qualche misura i rapporti che certo si sono deteriorati con Obama. Ma molto dipenderà dalla gestione del dossier iraniano e dunque degli assetti regionali, che saranno prioritari anche per Hillary rispetto ai rapporti con Israele in quanto tali.

In effetti, la Clinton è manifestamente vicina ad Israele e dura nei confronti dell’Iran – tanto da paventare, nel 2008, l’annientamento totale della repubblica islamica nel caso di un suo attacco nucleare nei confronti dei primi. Oggi, però, gli storici accordi tra USA e Iran modificano non di poco il panorama delle alleanze in Medio Oriente: sia Israele che Arabia Saudita sono fortemente preoccupati da questo avvicinamento e gli USA dovranno riuscire a trovare un equilibrio che funzioni per tutti. Quali sono le prospettive in questo senso? Qual potrebbe essere la sua politica verso l’Iran e come potrebbe cambiare rispetto a quella di Obama?

Se si raggiungerà un vero accordo (al di là dell’intesa di massima concordata finora) sul nucleare iraniano, la Clinton si troverebbe – da eventuale Presidente – a gestire la complessa fase di attuazione, e cercherebbe probabilmente di ritagliarsi il massimo margine di manovra possibile sul piano interno: avrà dunque lo stesso problema di Obama con un Congresso comunque dominato dai Repubblicani, a quanto è dato sapere. Già da candidato, potrebbe in effetti avere un approccio meno disponibile a fare ulteriori concessioni, ma credo si renda conto che le alternative a un graduale e faticoso rapprochement sono pessime, visto che qualunque opzione militare avrebbe chiaramente molti effetti indesiderati (come ha scritto, ad esempio, anche James Baker – non certo una ‘colomba’ senza esperienza internazionale – sul New York Times del 20 aprile).

Il problema delle nuove possibili alleanze regionali è enormemente complicato (anche per le guerre civili in corso in Iraq e Siria), e il quadro è davvero fluido: una sorta di coalizione sunnita, sostenuta dagli Stati in chiave diplomatica e militare, sta emergendo (con due ‘test’ delicati in Libia e soprattutto Yemen), ma restano molti dubbi sulla sua tenuta, come anche sul possibile ruolo della Turchia. I rapporti stretti negli anni con le leadership (vecchie e nuove) della regione sarebbero molto preziosi per Hillary Clinton nel mediare su dossier spinosi e rassicurare i partner più riluttanti. Non credo, peraltro, che ci sia contraddizione necessaria con un progressivo engagement dell’Iran: il punto forte dell’operazione diplomatica di Obama, che Hillary potrebbe ereditare, è proprio questo: l’America sta acquisendo maggiore libertà di azione, essendo meno ricattabile che in passato da alleanze rigide (in particolare un sostegno quasi acritico per le posizioni saudite e israeliane su alcuni temi, e un’opposizione frontale a quelle iraniane in assenza di un dialogo diretto con Teheran).

La fondazione Clinton riceve fondi provenienti dalle petro-monarchie. Quali sono le implicazioni dal punto di vista politico?

Le stesse implicazioni che ci sono sempre state per qualsiasi amministrazione americana: le petro-monarchie tentano (in gran parte legittimamente) di influenzare il governo degli Stati Uniti, come fanno del resto anche con i governi europei e di altri Paesi. Hillary Clinton non è affatto un’eccezione, e comunque non ha particolare bisogno di risorse finanziarie, viste le sue capacità di raccogliere ingenti fondi da donatori americani, ad ampio spettro.

Per concludere, l’amministrazione Obama ha fatto dell’Asia-Pacifico il fulcro della sua politica estera. È verosimile che la Clinton riporti il centro degli interessi americani verso il Medio Oriente?

E’ improbabile, anche perché una parziale correzione di rotta (o meglio una marcia indietro) è già avvenuta con lo stesso Obama. Un passaggio di grande importanza per il futuro dell’America nel Pacifico avverrà quasi certamente tra breve con il voto sulla Trans-Pacific Partnership (TPP), cioè ben prima delle elezioni presidenziali. È in quel contesto che la Clinton dovrà definire con più precisione il ruolo degli Stati Uniti in Asia orientale, mentre continuerà il faticoso e incerto riassetto del (Grande) Medio Oriente.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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