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La lotta geo-strategica per il Medio Oriente

Il mio ultimo pezzo per L’Indro propone un’analisi degli ultimi sviluppi in Medio Oriente

L’Arabia Saudita interviene in Yemen, gli analisti parlano di una guerra per procura tra Iran e il regno saudita che coinvolge l’interno Medio Oriente, ma l’ottica interpretativa settaria non convince. La regione continua ad essere vittima di lotte intestine e appetiti stranieri, intanto la popolazione paga il prezzo di decenni di battaglie.

SA-Iran

Il giorno 26 del mese scorso lArabia Saudita ha lanciato dei raid aerei sullo Yemen, aprendo così un nuovo capitolo nella tormentata vicenda del Paese arabo.

Riassumiamo le puntate precedenti.
Punta sud-occidentale della Penisola Arabica, lo Yemen è stato diviso in Yemen del Sud e Yemen del Nord fino al 22 maggio 1990 data di unificazione e dell’installazione al potere di Ali Abdullah Saleh, già Presidente dello Yemen del Nord. Ventuno anni di regime più tardi, il mondo arabo è scosso dall’ondata di fermenti genericamente denominati ‘Primavere Arabe’ che nell’arco di dieci mesi rivoluziona il panorama mediorientale: Zine el-Abidine Ben Ali, Presidente della Tunisia, si dimette (gennaio); il ‘faraone’ d’Egitto Hosni Mubarak cade (febbraio); Saleh lascia precipitosamente lo Yemen per rifugiarsi in Arabia Saudita (giugno); e, dopo mesi di guerra, Muammar Qaddhafi resta ucciso (ottobre).
Stringiamo l’obiettivo nuovamente sullo Yemen. Il Gulf Cooperation Council (GCC) -notoriamente dominato dall’Arabia Saudita- spalleggiato dagli alleati USA e dalle stesse Nazioni Unite, sponsorizza una transizione del potere dalle mani di Saleh a quelle del suo insipido secondo, Abd-Rabbu Mansour Hadi. Da allorail Paese, affetto da una forma cronica di instabilità, ha vissuto una guerra civile sorda che è esplosa in mondovisione con l’avanzata dei ribelli Houthi fino ad Aden. Il Presidente Hadi, ormai assediato, ha abbandonato la città per cercare rifugio dai patroni sauditi e chiederne l’intervento.

Ora, spiegare il mosaico sociale yemenita in poche righe è impresa ardua e complicata dal fatto che individuare le fazioni e tracciare le alleanze secondo linee settarie  è fuorviante. Cercando di capire chi sono i ribelli Houthi, è bene aggirare le narrazioni semplicistiche che li descrivono genericamente come appartenenti al ramo zaydita della Shi’a e inscriverli nella più mondana ottica di uno dei tanti gruppi in lotta per il potere, nonché una delle formazioni populiste che fanno leva sul diffuso malcontento per la corruzione e, sopra ogni cosa, lo stato di profonda indigenza in cui versa una popolazione vessata per decenni da élite nepotiste e violente. En – passant, e a riprova di quanto precedente affermato sulla fluidità delle associazioni, lavanzata Houthi è stata in qualche modo favorita dalla connivenza dei soldati sul libro paga di Saleh il quale, nel 2004, aveva fatto arrestare il fondatore del movimento (Hussein Badr al-Din al-Houthi, da cui il nome del movimento stesso) dichiarando guerra all’intero gruppo.

Ma torniamo all’intervento saudita. Innanzitutto, è bene ricordare che lo Yemen, come il resto dell’area del golfo, fa parte del cortile di casa saudita. Da sempre attraversato da correnti burrascose, il Paese è fonte di costante preoccupazione per la famiglia al-Saud, soprattutto per via di quel poroso confine lungo quasi 2.000 chilometri. Secondo molti giornalisti e analisti, inoltre, lo Yemen sarebbe una delle tante pedine nei giochi di potere mediorientali. Le locuzioni usate per descrivere la situazione sono varie: da ‘Terza Guerra Mondiale’ reminiscente di atroci scenari, a ‘Guerra Fredda’, o ancora ‘guerra per procura’, tutte riferite a una presunta lotta tra Iran e Arabia Saudita.
Cosa ci sia di corretto in quest’ottica analitica geopolitica lo spiega la storia: dalla caduta dell’Impero Ottomano, vari attori si sono contesi il predominio sul Medio Oriente, innescando schermaglie figurate e letterarie, e prove tanto di ‘hard power’ quanto di ‘soft power’. I candidati all’egemonia si sono avvicendati nei decenni scorsi. Per esempio, l’Egitto di Gamal Abdel Nasser ha coltivato a lungo il sogno del panarabismo, di cui fu fugace virgulto l’unione con la Siria nellaRepubblica Araba Unita (RAU), e si trovò a fronteggiare l’Arabia Saudita proprio in Yemen negli anni Sessanta nel corso della guerra civile tra repubblicani e monarchici. L’Iran rivoluzionario dell’ayatollah Ruhollah Khomeini fece appello a tutti gli oppressi della regione perché si ribellassero e rovesciassero i regimi seguendo l’esempio persiano. Ancora, l’Iraq di Saddam Hussein si batté a lungo per il predominio e si scontrò con l’Iran in una guerra logorante dal 1980 al 1988, per poi invadere il vicino Kuwait due anni dopo, creando il panico nella vicina Arabia Saudita che chiamò a gran voce gli Stati Uniti perché intervenissero, proprio nel timore che Saddam riuscisse ad innescare un domino che lo avrebbe portato al vertice del mondo arabo. E questo senza contare i vari Sykes e Picot, Presidenti americani e Segretari sovietici, che si sono affacciati sullo scacchiere vicino orientale.
Oggi, ci dicono, i due contendenti sono l’Iran e l’Arabia Saudita e si combattono non apertamente, ma tramite l’appoggio più o meno scoperto a fazioni opposte in vari scenari: in Libano, in Siria, in Iraq e in Yemen, ed ecco che le locuzioni citate ‘supra’ si spiegano da sé.
Quello che lascia perplessi gli analisti più competenti è l’abitudine, molto in voga in particolare tra i decision-makers, di dividere il Medio Oriente tra sciiti e sunniti e spiegare qualsiasi turbolenza in virtù di questa opposizione settaria. Intanto, è sbagliato considerare sia il mondo sciita che quello sunnita come blocchi monolitici: come ha rilevato un osservatore, ritenere che i Duodecimani iraniani sostengano gli Zayditi yemeniti per via della comune radice sciita sarebbe come immaginare i Presbiteriani dare supporto incondizionato ai Battisti perché entrambi Protestanti. Tra l’altro, gli iraniani negano recisamente di essere coinvolti in Yemen. Ad ogni modo, se è vero che entrambi i contendenti sono disposti a giocare la carta dell’affiliazione religiosa per raccogliere proseliti, è senz’altro riduttivo e semplicistico dipingere il panorama mediorientale come l’eterna lotta tra i due poli dell’Islam. E di sicuro l’opposizione etnica persiani versus arabi trova ancora meno basi.
E’ forse più convincente un’altra idea che legge nelle guerre per procura il tentativo dei regimi iraniano e saudita -ma non sono i soli- di distogliere lattenzione dai problemi interni e convogliarla verso un nemico esterno. Immaginiamo un regime oppressivo e autoritario che deve tacitare dissensi intestini e nascondere tutto quello che non va nel proprio Paese. E’ il caso sia dell’Iran che dell’Arabia Saudita. Rivolgere le passioni verso l’esterno è sicuramente un buon modo per evitare il tracollo. Cos’altro avrebbe spinto la monarchia saudita ad intervenire in Bahrein nel 2011 se non il timore che il contagio riformista varcasse i confini? Forse, non è un caso nemmeno che la flessione di muscoli saudita sia avvenuta a due mesi dall’assunzione al trono di ReSalman bin Abdulaziz al-Saud. Il nuovo monarca potrebbe aver deciso di mostrare in questo modo la propria tempra?

E’ chiaro che i fattori che concorrono a spiegare il braccio di ferro strategico in Medio Oriente e, nella fattispecie, in Yemen sono molteplici. E’ altrettanto evidente che la situazione nella regione somiglia molto da vicino a una matassa che più viene maneggiata più si ingarbuglia. Tra le note da prendere alla luce degli sviluppi yemeniti ci sono due punti particolarmente interessanti: il primo è la costituzione di una coalizione tra i Paesi del Golfo, l’Egitto, il Marocco e la Giordania, con la partecipazione straordinaria del Pakistan, per l’impresa yemenita; il secondo è lo strano condominio egiziano-saudita che la dice lunga sulla fluidità delle alleanze in seno al mondo arabo. A questo si aggiunga un particolare non di poco conto: il recentissimo avvicinamento tra Iran e Stati Uniti che preoccupa fortemente l’Arabia Saudita e fa pestare i piedi a Benjamin Netanyahu, appena rieletto. Quali saranno gli sviluppi è difficile immaginarlo, ma una cosa sembra tristemente vera: la pace è ancora lontana.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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