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Io, giornalista donna nell’Egitto di al-Sisi

L’ultimo articolo scritto per L’Indro prova a addentrarsi nell’Egitto di al-Sisi

Intervista alla giornalista anglo-palestinese Nadine Marroushi: “L’Egitto è il posto peggiore del Medio Oriente dove essere donna”

Nadine Marroushi

Nadine Marroushi, appena trentenne, giornalista freelance anglo-palestinese, ha vissuto e lavorato in Egitto dal Luglio 2011 fino al Febbraio del 2015, testimone e cronista delle svolte epocali dalla fine di Hosni Mubarak all’ascesa di Abdel Fattah al-Sisi. Un privilegio pagato a caro prezzo. Nadine ci racconta cosa ha significato lavorare come giornalista in un ambiente volatile e spesso ostile.

Le Primavere arabe avevano acceso la speranza che un cambiamento positivo avrebbe attraversato l’intero Medio Oriente, eppure le aspettative sono state deluse e dopo i primi fuochi fatui si è tornati alla solita routine di autoritarismo e repressione (con la sola eccezione della Tunisia, probabilmente).

L’Egitto ha rimosso il Faraone Mubarak e vissuto una breve luna di miele coi Fratelli Musulmani di Mohamed Morsi, destituito, poi, dal generale che lui stesso aveva posto a capo delle Forze Armate, al-Sisi. Quanti speravano in un’apertura dello spazio pubblico al dibattito politico, quanti auspicavano la fine di decenni di regimi repressivi, quanti credevano che le donne, che con coraggio e passione avevano partecipato alla Rivoluzione del 25 Gennaio, avrebbero vissuto una nuova era di libertà e partecipazione, hanno dovuto fare i conti con una realtà ben diversa.
Il processo ai giornalisti di ‘al-JazeeraPeter Greste (australiano), Mohamed Fahmy (egiziano-canadese) e Baher Mohamed (egiziano, l’unico ancora in carcere) ha reso drammaticamente chiaro che la libertà di stampa è ancora utopia. Le aggressioni sessuali di gruppo testimoniano del clima di insicurezza e misoginia che investe le donne egiziane nelle strade e nelle piazze. La morte dell’attivista del partito Alleanza Popolare SocialistaShaimaa al-Sabbagh denuncia la violenza delle risposte governative al dissenso.

Nadine, hai passato più di tre anni in Egitto lavorando come giornalista. Essere giornalista in Egitto è alquanto scomodo e problematico, com’è essere una giornalista ‘donna’?
Essere una giornalista donna in Egitto significa avere a che fare con lo stress aggiuntivo rappresentato da episodi quotidiani di molestie sessuali. Secondo uno studio delle Nazioni Unite, pubblicato nel 2013, il 99,3 percento delle donne egiziane hanno subito una qualche forma di molestia sessuale, giornalmente; la forma più comune è il contatto fisico. E’ qualcosa con cui ho avuto a che fare anche io: dai commenti ricorrenti come ‘mozza‘ che significa più o meno ‘bambola’, al palpeggiamento del mio fondoschiena mentre seguivo affollatissime proteste, oppure essere seguita da vetture con un uomo solo alla guida mentre camminavo sul marciapiede. Rende la tua vita più stressante che mai, significa che, in quanto donna, devi sempre avere la guardia alta.

Lo scorso anno, in Luglio, sei stata arrestata insieme ad alcuni Colleghi. Puoi dirci di più riguardo questa spiacevole esperienza?
Stavo lavorando a un servizio su uno degli aspetti della guerra tra Gaza e Israele, ovvero la chiusura del confine a Rafah e il trattamento riservato ad alcuni palestinesi feriti che sono stati ammessi in Egitto per essere curati nell’ospedale di Arish. Dopo una giornata di lavoro, io e due freelance francesi siamo stati arrestati nell’appartamento che avevamo affittato. Degli uomini alti e massicci, in borghese, alcuni armati di AK-47, sono venuti ad arrestarci passata la mezzanotte. Ci hanno portati alla sede locale della sicurezza dove ci hanno detto che non potevamo rimanere nel Nord del Sinai perché le autorità locali non erano in grado di garantire la nostra sicurezza. Perciò, ci hanno riportati [Nadine ha usato la parola inglese ‘deported‘, deportati] al Cairo. Normalmente, i giornalisti che intendono lavorare in quella zona devono ottenere dei permessi speciali dalla Sicurezza Nazionale ma, con una guerra in corso, essere tempestivi è essenziale e l’ottenimento dei permessi speciali è una procedura molto lenta.

Hai scritto un articolo coraggioso e franco sul disturbo post-traumatico da stress per il quotidiano inglese ‘The Telegraph’. Puoi spiegarci come il tuo lavoro in un ambiente stressante ha colpito la tua salute mentale?
Non hai davvero il tempo di pensare a come quello che accade intorno a te abbia un impatto sulla tua persona quando sei un giornalista e segui le vite di persone che sono vittime di ciò che accade intorno a loro. Io di sicuro non mi sono fermata a farlo. Mi sono sempre considerata una privilegiata, testimone di avvenimenti epocali in Egitto. Ma dopo due anni e mezzo e soprattutto dopo aver assistito al massacro di Rabaa al-Adaweya e a come milioni di persone riuscissero a giustificare e persino supportare il massacro, mentalmente non potevo più farcela. Mi sono sentita incredibilmente triste per l’umanità, e per quella rivoluzione che aveva dato a milioni di persone, me inclusa, la speranza di un cambiamento positivo nella nostra regione. Incubi, attacchi di panico, depressione, sono iniziati quando sono tornata a Londra nell’autunno del 2013. Ci sono voluto sei o sette mesi perché mi sentissi nuovamente bene, mesi di anti-depressivi e terapia.

Hai seguito sia il cosiddetto ‘processo al-Jazeera’ che le proteste dello scorso Gennaio di fronte all’ambasciata egiziana di Londra. Cosa pensi della libertà di stampa in Egitto?
Nel complesso, la libertà di stampa è ai minimi storici in Egitto. Ci sono almeno 16 giornalisti nelle prigioni egiziane, secondo Reporters Without Borders, cosa che conferisce all’Egitto il quarto posto in materia di imprigionamento di giornalisti. L’anno scorso, i redattori di alcune testate nazionali egiziane hanno firmato un accordo di sostegno al Governo nella ‘guerra al terrore’ e hanno messo a tacere i criticismi. Il lato positivo è che centinaia di giornalisti locali hanno protestato contro questo accordo. Come giornalista, non mi sentirei più a mio agio a condurre interviste per le strade o in luoghi pubblici, in Egitto. Sarei molto circospetta. Sono stata assalita da un gruppo di persone il 25 Gennaio 2014 quando seguivo gli eventi di piazza Tahrir. Alla fine dello scorso anno, un giornalista e sua sorella sono stati arrestati da un caffè dopo aver espresso delle critiche al Governo al giornalista Alain Gresch de ‘Le Monde Diplomatique‘. Lo spazio per parlare liberamente e criticamente in Egitto si è sensibilmente ridotto.

I giornalisti non sono l’unico target del regime di al-Sisi. Le misure speciali della ‘guerra al terrore’ giustificano non solo la persecuzione dei Fratelli Musulmani ma anche l’oppressione di attivisti politici laici e degli attivisti dei diritti umani. Puoi dirci qualcosa sulla controversa Legge sulle Proteste?
La controversa Legge sulle Proteste proibisce, di fatto, qualsiasi manifestazione che non sia autorizzata dalla polizia. E, sebbene il Governo sostenga di averle sinora autorizzate tutte, molti attivisti la considerano come un passo indietro rispetto alle vittorie ottenute grazie alla Rivoluzione del 25 Gennaio, un ritorno allo stato di polizia. Amnesty International, per cui lavoro adesso, ha anche espresso la preoccupazione che la legge dia il via libera alle forze di sicurezza di usare metodi cruenti (e letali) contro i dimostranti. Da quando la legge è stata promulgata, ci sono stati centinaia di arresti di manifestanti pacifici, e delle uccisioni, come nel caso di Shaimaa al-Sabbagh.

Un altro aspetto allarmante del clima socio-politico sono le molestie sessuali di gruppo. Qual è l’atteggiamento sociale rispetto alle donne che partecipano alla sfera pubblica? Penso a Hend Nafea e alle donne assalite in piazza Tahrir durante le celebrazioni per l’elezione di al-Sisi.
Be’, è molto peggio che semplici molestie. Parliamo di vere e proprie violente sessuali e stupri. Secondo l’ONG con sede al Cairo Nazra for Feminist Studies, ci sono stati più di 500 casi documentati di violenza sessuale tra il Giugno 2012 e il Gennaio 2014. Secondo Dalia Abdel Hameed, ricercatrice dell’organizzazione per i diritti umani Egyptian Initiative for Personal Rights, nella settimana di violenza politica durante gli eventi prima e dopo il 30 Giugno 2013, ci sono stati 186 casi di violenza sessuale in piazza Tahrir. Ho partecipato come volontaria ai gruppi anti-violenza in piazza Tahrir e ho visto con i miei occhi le aggressione di gruppo. In uno di questi episodi, una donna è stata violentata con un coltello. Ma secondo la legge questo non è uno stupro, solo un ‘assalto indecente’. C’è bisogno di riformare la legge sugli stupri. In ultima analisi, la realtà è che le donne non possono sentire di essere al sicuro nello spazio pubblico. Al contrario, quello spazio è stato reso violento e pericoloso per loro tanto che le donne ritengono che il loro posto sia in casa. Quello che ci dà speranza è che molte donne continuano a premere contro tutto questo e combattono gli atteggiamenti patriarcali e anti-rivoluzionari. Penso a donne come Hend Nafea e Samira Ibrahim, che ha coraggiosamente dato voce alla contrarietà al test di verginità. Anche tra le sostenitrici di Sisi, le donne rivestono un ruolo forte e importante in seno alle loro famiglie. E’ lo spazio pubblico per le donne che manifestano opinione contrarie e critiche che è stato sensibilmente ridotto e questo va di pari passo con il generale clima di repressione.

al-Sisi ha ampiamente pubblicizzato il processo agli uomini accusati delle aggressioni sessuali in piazza Tahrir. Ritieni che si tratti solo di propaganda o, al contrario, pensi che rifletta una preoccupazione sincera del Governo?
In effetti, dopo le aggressioni del Giugno 2014, al-Sisi ha annunciato una strategia nazionale per combattere le molestie sessuali. E’ stato un annuncio senza precedenti ma il problema è che i casi sono stati molto più gravi che non semplici molestie sessuali. Quello che è successo è che delle donne sono state completamente denudate in una piazza pubblica, rapinate, picchiate e lasciate sanguinanti e illividite. Queste sono aggressioni sessuali serie. Quanto il Leader di una Nazione minimizza gli incidenti per mezzo di una terminologia edulcorata, diventa problematico. Abbiamo visto ben poche azioni concrete contro la violenza sulle donne dopo il processo, e scarsa propensione ad investigare su altri seri incidenti di aggressioni e stupri, il che fa del processo stesso una concessione simbolica. Il Governo deve agire con più prontezza e prendere la violenza sulle donne, inclusa la violenza domestica, seriamente. Per il momento, non esiste in Egitto alcuna legge che criminalizzi la violenza domestica. E perché si rimedi, l’Egitto ha bisogno di un parlamento.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

Aggiungo un commento: un’amica marocchina, leggendo l’articolo, ha commentato

Non credevo che la situazione in Egitto fosse così…

Nemmeno io. Se non altro, scrivere per questo quotidiano d’approfondimento mi consente di andare a scavare in temi che conosco poco o sui quali ho idee del tutto infondate. Un prolungamento dell’attività di ricerca accademica che tanto soddisfa e solletica la mia curiosità.

Aggiungo anche un video su YouTube

con la specifica che in queste testimonianze non si nasconde la benché minima insinuazione che il mondo arabo e il mondo islamico (spesso confusi) siano di per sé regni della misoginia e della violenza perché non è così. Amo il Medio Oriente e amo il popolo arabo, profondamente. Quello che ho raccolto e condiviso testimonia della mia empatia per le popolazioni di questi paesi e del dolore che condivido con loro nell’accorgermi che tutto è cambiato ma nulla è cambiato.

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One thought on “Io, giornalista donna nell’Egitto di al-Sisi

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