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L’identità curda

bandiera curda

Tempo fa avevo condiviso un articolo di Christian Caryl per Foreign Policy che mi aveva lasciato con più interrogativi che risposte: Chi sono i Curdi e quale Kurdistan vogliono?

Ho cercato di fare il punto in un articolo scritto per L’Indro: Chi sono i Curdi?

L’identità curda attraversa differenze culturali, linguistiche e religiose, ma un’unica aspirazione unisce tutti i Curdi: la realizzazione di uno Stato nazionale.

Partendo dall’articolo di Caryl e avvalendomi dell’aiuto di Massoud Sharifi-Dryaz dell’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi propongo una sintesi sull’identità curda e le possibilità concrete di realizzazione di uno Stato a quasi un secolo dal Trattato di Sèvres.

Martedì scorso il Premier del Governo Regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani, è venuto in visita ufficiale nel nostro Paese. A Roma, Barzani ha incontrato Papa Francesco in un colloquio privato dall’alto valore simbolico. Il Primo Ministro, Matteo Renzi, ha invece ricevuto il leader curdo a Palazzo Chigi e, in una conferenza stampa congiunta, ha annunciato l’apertura di un consolato generale ad Erbil (capoluogo della Regione del Kurdistan iracheno).

In prima fila nella lotta al cosiddetto Stato Islamico, i Curdi stanno raccogliendo consensi e simpatie sino a far presagire i prodromi di uno Stato indipendente che, a distanza di quasi un secolo dal Trattato di Sèvres, realizzerebbe il sogno di una Nazione curda.

Tuttavia, i Curdi appartengono a diverse comunità – diverse per costumi, lingua e religione – disperse su un’area territoriale piuttosto vasta che si estende principalmente su quattro Stati: Turchia, Siria, Iraq e Iran. E’ legittimo chiedersi se esista un’identità curda unitaria e se le varie comunità curde condividano aspirazioni, obiettivi e strategie. Per rispondere a queste domande, abbiamo parlato con Massoud Sharifi-Dryaz, studioso dell’École des hautes études en sciences sociales (EHESS) di Parigi.

Sharifi ci ha spiegato che il Kurdistan come zona geografica identificabile esiste da migliaia di anni, spesso riflessa nelle denominazioni delle entità amministrative locali. Storicamente, gli individui appartenenti a comunità Kormanj, Soran, Goran, Hewram o Zaza sono stati identificati genericamente come “Curdi”. Le divisioni linguistiche, culturali e religiose non corrispondono affatto alle frontiere stabilite dopo la Prima Guerra Mondiale con la creazione degli Stati-Nazione nella regione. In particolare, in ogni parte del Kurdistan, vi è grande eterogeneità religiosa. Infatti, diversamente dagli Ebrei, il fattore religioso non è centrale per la definizione dell’identità curda: vi sono Curdi ebrei, musulmani, yazidi, seguaci dello Yarsanesimo, cristiani ecc.

Dal punto di vista linguistico, le parlate locali non sono altro che dialetti riconducibili ad un unico ceppo. La maggior parte degli studi identifica quattro dialetti: Kurmanjî, Zazakî, Goranî e Hewramî. La maggior parte dei Curdi, circa il 70 percento, parla la prima varietà. La cosa interessante è che i media curdi utilizzano diverse varietà dialettali per consentire ai propri utenti di familiarizzare con essi. Sharifi sottolinea che, in effetti, i dialetti sono abbastanza vicini tra loro da consentire l’intercomprensione.

Ad ogni modo, secondo Sharifi, il sentimento d’appartenenza al popolo curdo è stato concepito e nutrito dal movimento curdo. Ci racconta: “Nel corso del XX secolo, sono emersi decine di movimenti curdi. Il numero di Curdi che hanno perso la vita nei conflitti contro gli Stati arriva a 500 mila“. La lotta continua per il riconoscimento in seno agli Stati ospiti ha contribuito a generare e diffondere un’identità curda sostanzialmente unitaria e transnazionale della quale partecipano i movimenti, le élite intellettuali e la diaspora.

In un articolo apparso lo scorso 21 gennaio su ‘Foreign Policy’ intitolato The World’s Next Country, Christian Caryl affronta l’argomento della formazione di uno Stato curdo indipendente. Nota come la lotta allo Stato Islamico e la (parziale) disintegrazione di Iraq e Siria, abbiano aperto nuovi spiragli o, quanto meno, cambiato l’attitudine di alcuni attori locali nei confronti della questione curda: mentre in Iraq i Curdi gestiscono autonomamente una regione amministrativa ben definita e nel nord-est della Siria (è bene ricordare che a circa 300 mila Curdi siriani sono stati a lungo negati i diritti di cittadinanza) siano riusciti a stabilire forme di auto-gestione, l’Iran sta stringendo i propri legami con il Governo Regionale del Kurdistan iracheno in funzione anti-ISIS. Davvero notevole l’addolcimento della posizione turca nei confronti di una minoranza mai riconosciuta e confrontata per decenni con inaudita violenza. A questo proposito ricordiamo anche come lo stesso leader del PKK, Abdullah Ocalan, abbia recentemente lanciato un appello ai propri affiliati perché depongano le armi e accettino di trattare col governo di Ankara.

L’opinione di Caryl è che i circa 30 milioni di Curdi della regione siano vicini a realizzare il sogno di ottenere una patria nazionale. Abbiamo chiesto a Sharifi cosa ne pensa: “Sicuramente, potremmo qualificare il Governo Regionale curdo come un quasi-Stato, più che una regione autonoma. Tuttavia, il contesto regionale ed internazionale non è ancora pronto ad accettare la creazione di uno Stato curdo nella regione. Inoltre, uno Stato curdo limitato al Kurdistan iracheno avrebbe difficoltà a garantire la propria conservazione senza rassicurare i paesi della regione, tra cui la Turchia e l’Iran, che non rappresenterà una minaccia all’integrità territoriale di questi paesi. Così, per il momento, potremmo immaginare unicamente la nascita di uno Stato curdo nel Kurdistan iracheno che sarebbe fortemente dipendente dai paesi vicini. Nel caso in cui lo Stato veda la luce, sarà lontano dall’essere la realizzazione della promessa di creare un grande Kurdistan, cosa che non impedisce di nutrire aspirazioni indipendentiste in altre parti del Kurdistan“.

Il sogno di una Nazione curda sembra oggi molto meno utopico di quanto la violenza del conflitto con il PKK in Turchia, le eterne discriminazioni verso i Curdi nella Siria degli Assad, e la campagna di genocidio dei Curdi iracheni ad opera del regime di Saddam Hussein nella seconda metà degli anni ’80 lasciassero presagire. Tuttavia, chi immagina di ritagliare una patria curda tra Turchia, Siria, Iraq e Iran fallisce nel riconoscere gli innumerevoli ostacoli di cui è punteggiato il sentiero verso l’indipendenza. E’, ovviamente, improbabile che Turchia e Iran accettino mutilazioni del proprio territorio, e la situazione in Siria è ancora troppo fluida per consentire previsioni attendibili. Anche in Iraq le incertezze sono tutt’altro che irrilevanti: lo smembramento del Paese in entità statuali settarie aggiungerebbe un elemento di instabilità in più in una regione già piagata da innumerevoli conflitti. Lo stesso Caryl nota come la dirigenza curda irachena sia piuttosto restia a parlare di tempistiche riguardo la fondazione dello Stato curdo e ridimensiona le sue precedenti affermazioni che sembravano darla per imminente. A tutto questo si aggiunge il fattore di imprevedibilità rappresentato dallo Stato Islamico. Nonostante ciò, l’aspirazione dei Curdi resta quella di ottenere finalmente una patria e di sedere da pari tra le altre Nazioni.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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