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Australia: quale asilo?

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Lo scorso ottobre, il Parlamentare indipendente Andrew Wilkie ha provocatoriamente scritto alla Corte Penale Internazionale, per denunciare il Governo Abbott di crimini contro l’umanità. L’accusa? Il trattamento contrario ai diritti umani dei richiedenti asilo politico.

Sin dalla stesura della Carta della Nazioni Unite che diede fama ed onore all’allora Ministro degli Affari Esteri Herbert Vere Evatt per la sua attività frenetica alla Conferenza di San Francisco, l’Australia si è costruita l’immagine di bravo cittadino internazionale. Tuttavia, se sul piano internazionale si è eretta a campione dei diritti umani, si è mostrata piuttosto riluttante ad applicarli in casa propria, sino al punto che l’Australia è l’unica democrazia occidentale a non avere una Carta dei Diritti Fondamentali.

Il rapporto australiano con il sistema di diritto internazionale è incostante e selettivo. Nel 1954, il gigante dell’Oceania ratificò prontamente la Convenzione sullo Status dei Rifugiati, accedendo nel 1973 anche al Protocollo aggiuntivo del 1967. Al contrario, la Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti dei Lavoratori Migranti e dei Membri delle loro Famiglie (1990) non è mai stata ratificata. Nel 1991, il Governo laburista di Robert Bob Hawke sottoscrisse il Protocollo Opzionale relativo al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che stabilisce la competenza della Commissione ONU per i Diritti Umani a valutare le denunce di violazione mosse contro l’Australia. Nel 1993, Primo Ministro in carica il laburista Paul Keating, il Governo australiano rifiutò di adeguarsi al parere della Commissione riguardo il diritto ad essere risarcito di un richiedente asilo cambogiano che aveva passato più di quattro anni in un centro di detenzione per immigrati, in violazione con l’articolo 9 del Patto. Dieci anni dopo, al governo il centro-destra, la famiglia Bakhtiyari denunciò la violazione da parte delle autorità australiane dell’articolo 24(1) del Patto, relativo ai diritti dei bambini. La Commissione rilevò ancora una volta l’inadempienza. La posizione dell’allora in carica Governo Howard è catturata alla perfezione dalle parole del suo Ministro degli Esteri Alexander Downer: «Se una Commissione ONU vuole ficcare il naso nelle nostre questioni interne, allora finirà con il naso sanguinante». Un invito piuttosto esplicito. Notevole se si pensa che la firma delle convenzioni internazionali e, ancor di più, l’adesione ai sistemi di controllo sono del tutto volontari, addirittura sorprendente se si considera il fatto che proprio il Governo Howard aveva entusiasticamente firmato lo Statuto di Roma che istituiva il Tribunale dell’Aja.

La pratica contestata è la detenzione obbligatoria dei richiedenti asilo entrati illegalmente nel paese, o in procinto di entrare illegalmente, in appositi centri attualmente collocati fuori dal territorio australiano su Manus Island (Papua Nuova Guinea) e a Nauru. Questa politica risale al 1992, implementata per la prima volta dall’amministrazione Keating e, malgrado i feroci dibattiti tra le opposte fazioni dei laburisti e della coalizione di centro-destra, non è mai stata seriamente messa in discussione. La questione degli sbarchi dei clandestini è uno degli argomenti caldi di ogni campagna elettorale, tanto che l’ex Premier laburista Kevin Rudd si presentò alle elezioni del 2007, che poi vinse, denunciando l’intransigenza del suo predecessore John Howard il quale, in un caso rimasto famoso, aveva ordinato al SASR (Special Air Service Regiment) di impedire lo sbarco di alcuni migranti soccorsi dal cargo norvegese Tampa. Rudd promise che a nessuna barca in viaggio verso l’Australia sarebbe stato impedito l’approdo e che i centri di detenzioni situati su territorio straniero – e quindi, verosimilmente, fuori dal completo controllo delle autorità australiane – sarebbero stati chiusi. Rudd fu costretto a fare una clamorosa retromarcia di fronte a una battaglia mediatica che drammatizzò l’aumento degli sbarchi clandestini e, con tutta probabilità, la preoccupazione dell’opinione pubblica rispetto all’imminente inondazione di immigrati clandestini fu uno dei fattori che lo costrinse alle dimissioni. E’ da rilevare che i cittadini australiani nutrono fortissime preoccupazioni rispetto alla porosità dei propri confini: un sondaggio del dicembre 2013 ha rilevato che il 60 per cento dei rispondenti avrebbe voluto una politica più severa nei confronti dei richiedenti asilo. Se l’elemento xenofobo è carattere radicato nell’identità australiana – elemento che, psicologicamente, può essere ricondotto alla percezione di essere fondamentalmente un’enclave occidentale in territorio ostile e che è stato formalizzato nella White Australia Policy in piedi fino all’inizio degli anni Settanta – l’impressione di un imminente invasione di migranti irregolari è dilatata tanto dal dibattito politico quanto dalla copertura ossessiva dei media e dalla retorica di alcuni apparati statali, come ad esempio l’AFP (Australian Federal Police). Una studiosa australiana, Sharon Pickering della Monash University, ha analizzato le narrative utilizzate nei loro rapporti. Rifugiati e richiedenti asilo sono spesso indiscriminatamente associati all’immigrazione clandestina e al traffico di esseri umani senza che venga operata una distinzione tra scafisti e migranti: entrambi sono colpevoli di un atto criminale e potenzialmente sovversivo. Da questo punto di vista, l’empatia nei confronti dei rifugiati viene soppiantata dall’indignazione nei confronti di quelli che vengono comunemente definiti ‘queue-jumpers‘, individui non disposti ad aspettare il proprio turno per essere accolti in Australia. Mentre il tema della migrazione forzata viene volutamente ignorato, i rapporti della Polizia Federale insistono sul crimine organizzato e sulle potenzialità destabilizzanti dell’afflusso di migranti irregolari che, viene suggerito, molto probabilmente una volta in Australia si dedicheranno ad attività illegali, come il loro arrivo. La retorica utilizzata in questi rapporti fa un passo ulteriore: suggerisce che vi sia un’interconnessione diretta tra il crimine organizzato e il terrorismo e trasforma la faccenda in un problema di sicurezza nazionale. La questione dei richiedenti asilo viene quindi inquadrata nell’ambito della giustizia penale, criminalizzando la modalità di arrivo di queste persone nonostante la Convenzione sullo Status dei Rifugiati stabilisca esplicitamente che la richiesta di asilo non deve essere in alcun modo compromessa dalle modalità di arrivo del richiedente stesso.

Se la denuncia del Parlamentare Wilkie appare più come una provocazione e, è stato detto, come un tentativo sconsiderato di farsi pubblicità, ha se non altro il merito di richiamare ancora una volta l’attenzione nazionale e internazionale su una delle grandi contraddizioni dell’Australia contemporanea.

Pubblicato in esclusiva su L’Indro e qui ripubblicato dall’Autore per gentile concessione.

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