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Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi – dialoghi con Ilan Pappé

Locandina

Conoscete Ilan Pappé? Ve lo presento brevemente: storico israeliano classe 1954 che ha studiato con persone del calibro di Albert Hourani e Roger Owen (che ho avuto il piacere di incontrare ed ascoltare alla SOAS nel 2010), è un personaggio controverso, costantemente al centro di polemiche e molto poco simpatico all’establishment israeliano. Il motivo è semplice: contesta la versione ufficiale della storia d’Israele portando alla luce la follia dell’eroe nazionale David Ben Gurion scritta nero su bianco sui suoi diari (praticamente vilipendio alla bandiera) e chiamando col suo nome il trattamento dei Palestinesi, ovvero “pulizia etnica“.

Bene. Ho incontrato per la prima volta Ilan Pappé sempre durante il mio prolifico soggiorno alla School of Oriental and African Studies di Londra ed è lì che l’ho sentito parlare dei diari di Ben Gurion, lì che gli ho sentito leggere degli stralci dei medesimi. A distanza di 5 anni ho di nuovo l’opportunità di andarlo a sentire in occasione di un evento (dis)organizzato che non ha mancato di suscitare polemiche e sospetti. Evito di addentrarmi nella polemica perché non ho abbastanza elementi per fornirvi una versione corretta ma, brevemente, la pietra dello scandalo è stata che l’Università di Roma Tre che avrebbe dovuto ospitare l’evento ha poi negato lo spazio adducendo motivazioni tecnico-procedurali che non hanno convinto gli organizzatori. Da parte mia so bene che la presenza di Ilan Pappé suscita sempre pruriti politici e occasioni polemiche, ma francamente mi basta aver avuto l’occasione di ascoltarlo ancora una volta.

E veniamo all’evento stesso. Tra organizzazione tutt’altro che impeccabile, problemi tecnici, spazio ridottissimo, interventi incomprensibili o addirittura irrilevanti tra i quali francamente l’unico degno di nota (e la venerabile Scarcia Amoretti mi perdonerà, spero, se le nego questo primato) è stato quello dell’antropologa di origine palestinese cresciuta in Italia e attualmente docente alla SOAS (e scusate se sottolineo sempre la mia beneamata ex scuola) Ruba Salih che, inaspettatamente, mi è andata a citare la filosofa femminista Judith Butler: not all lives are grievable. Ovvero non tutte le vite, in questo caso quelle dei Palestinesi, son degne di essere piante.

Poi viene Pappé e il suo accento non intaccato da anni di studio e lavoro nel Regno Unito. Parte da una distinzione concettuale, quella tra colonialismo e colonia di popolamento. Il primo si riferisce al classico colonialismo europeo che prevede lo sfruttamento di un territorio e della sua popolazione ma che, inevitabilmente, si concluderà con la decolonizzazione e l’indipendenza del territorio. La colonia di popolamento, invece, si riferisce a un gruppo umano che si re-inventa come popolo di un dato territorio al posto della popolazione indigena e nel fare questo utilizza due strumenti: il genocidio (come nel caso dell’Australia, e se vi siete mai chiesti come mai in Tasmania gli unici nativi sono i diavoli della Tasmania è perché gli aborigeni son stati fatti fuori uno ad uno) oppure la semplice deprivazione della popolazione nativa della cittadinanza. Secondo Pappé, la colonia di popolamento è a) il cuore del Sionismo e di Israele e b) la prospettiva concettuale che ne consente l’analisi e l’interpretazione. Se questo è il quadro analitico di riferimento, parlare di anti-semitismo quando si affronta la questione israeliana non ha senso. Non si contesta il carattere etnico, religioso o nazionale ma il presupposto, la matrice stessa della presenza israeliana nella Palestina storica. Non si contesta il desiderio di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e nemmeno la rilevanza biblica del luogo prescelto, ma la natura stessa di Israele in quanto colonia di popolamento.

Ad ogni modo, con una buona dose di banale buon senso – come lui stesso sottolinea – Pappé dice: «l’unico modo di entrare in casa d’altri è come ospiti». Il filofo ebreo Martin Buber, nel tentativo di guadagnare la simpatia del Mahatma Gandhi alla causa israeliana, ebbe a parlare con lui proprio del significato della parola “ospite”. E’ chiaro che un ospite che a un certo punto si senta padrone della casa in cui è ospitato diventa un invasore e un parassita (d’altra parte l’ospite dopo tre giorni puzza, figurati!).

Da buon accademico, Pappé cerca di tornare costantemente alle radici del problema e prosegue: il processo di pace non potrà mai avere successo finché sarà basato su presupposti sbagliati e fuorvianti, finché si tratterà la nascita di Israele con la categoria dello Stato-Nazione emerso in seno al territorio della Palestina storica e non come colonia di popolamento. L’idea stessa della ripartizione in due entità statali separate è inattuabile essendo basata su questi medesimi falsi presupposti. In quest’ottica, Israele è in grado di concettualizzare sia domesticamente che sul piano internazionale questo tipo di soluzione come una generosa concessione della terra che gli appartiene di diritto al popolo palestinese. Se poi siamo in grado di riconoscere la mirabile opera di frammentazione che Israele ha operato sui territori palestinesi inevitabilmente ci appare inverosimile la crezione di un’unica, indivisibile Palestina. Insiste, e credo abbia ragione, che il distacco dalla realtà operato dal porre la questione secondo presupposti fuorvianti, sia ciò che impedisce non solo il raggiungimento di una soluzione, ma persino un franco dibattito. Tuttavia, precisa, questo modo di inquadrare le cose non serve solamente gli interessi Israeliani ma anche gran parte del mondo occidentale e persino alcuni Palestinesi. E’ ovvio poi che essere ormai alla terza generazione di invasori come di espropriati faccia sì che la situazione si sia complicata e le chiavi di lettura, per quanto erronee, si siano sedimentate nel sentire comune.

E’ così che funziona la politica. Operato il distacco dalla realtà, gli Israeliani non sono più – o meglio, non sono mai stati – coloni  mentre i Palestinesi sono entità aliene che loro sono abbastanza generosi da tollerare. I Palestinesi sono chiusi in riserve che se chiami “Stato” ti consentono di ritrarre Israele come una qualsiasi democrazia che parla la lingua della pace. Da parte loro, le dirigenze palestinesi di Cisgiordania e Gaza hanno punti di vista differenti tra loro, più conciliativi e legalisti i primi e ancora invaghiti della lotta armata i secondi. I Palestinesi, invece, la gente comune desidera un’unica cosa: una vita normale.

Pappé conclude il suo intervento in 3 punti:
1. la questione deve slittare dal tema dei diritti nazionali e religiosi a quello dei diritti umani e civili, e Israele deve essere giudicato con lo stesso metro di giudizio che si usa per chiunque altro;
2. la religione non è la discriminante da prendere in considerazione, perciò, nuovamente, parlare di anti-semitismo è fuorviante: l’anti-colonialismo è la prospettiva da preferirsi;
3. non si può tacere la questione Israelo-Palestinese per il timore dello spauracchio dell’anti-semitismo. Se il Profeta può essere ritratto come un cane in nome della libertà d’espressione, perché parlare di Israele è tabù?

Pappé non usa eufemismi o circonlocuzioni, lui chiama la politica israeliana a Gaza genocidio e attacca chi tace (e acconsente), prima di tutti la comunità accademica: se non è in seno ad essa che si affrontano temi spiacevoli e spinosi, se non è in seno ad essa che si chiamano le cose col loro nome – “pulizia etnica” e “genocidio“, come possiamo aspettarci che media e politici se ne prendano l’onere?

La semantica, d’altra parte, è sempre un nodo centrale. Che differenza fa chiamare gli avanposti israeliani “colonie” o “insediamenti“? E perché (non) parlando di Israele e Palestinesi va tanto di moda invocare “l’equidistanza“?

Perché la comunità internazionale non ha mai trattato Israele con la stessa indignazione con cui ha trattato il Sud Africa dell’apartheid?

Perché in Iraq è stato lecito parlare della necessità di cambiare (con la forza) un regime in nome della democrazia, della libertà e della pace e nessuno ha mai invocato un cambio di regime in Israele?

Perché, testimoni del collasso del disegno franco-inglese nella regione, non ci rendiamo ancora conto che includere Israele nel dibattito sul Medio Oriente è fondamentale per dargli un senso?

E, tornando alla preistoria di Israele, perché durante la Conferenza di Versailles quando, al collasso dell’Impero Ottomano, tutte le etnie mediorentali (Curdi, Alawiti, Drusi, Armeni) si presentarono con le loro istanze, solo quella del movimento Sionista, che era l’unico del tutto estraneo all’area, è stata infine accolta?

Vi ho riportato qui gli appunti che ho preso mentre Pappé parlava, cercando di rimanere fedele non solo al suo pensiero ma anche alla lettera delle sue parole. Lo so che è un post lungo ma se siete arrivati alla fine avete letto Ilan Pappé, non me.

«Zionists didn’t believe in God, but they believed God had promised them Palestine»
(I Sionisti non credevano in Dio, ma credevano che Dio avesse promesso loro la Palestina)

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