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Della Merkel e della mafia romana

Ci risiamo: Angela – supercancelliera talmente dura e intransigente che la Thatcher impallidirebbe vedendo la corona di lady di ferro scivolarle dalla cima della permanente – torna a bacchettare Italia e Francia, troppe lente, troppo pigre, troppo poco scharfe. No, non è piacevole essere sgridati in pubblico. E la cosa davvero interessante è vedere la Francia, che per decenni ha condiviso con la Germania la leadership europea (Francia e Germania si son trovate a camminare a braccetto innumerevoli volte, compresa quella volta in cui George W. Bush è caduto preda dell’hubris neocon e, berciando contro i musulmani, si è diretto al galoppo verso la Mesopotamia, ma le due potenze continentali si sono rifiutate di tacere l’insensatezza dell’impresa) venir relegata al ruolo di subalterno. Ah! Che smacco per l’orgogliosa cugina transalpina!

Ad ogni modo, trovo di cattivo gusto, politicamente discutibile e storicamente anacronistico che un capo di governo straniero si metta a sgridare altri paesi – tra l’altro questa è una cattiva abitudine tipicamente americana, ho perso il conto delle volte in cui un ambasciatore americano si è messo a pontificare su questioni interne del paese ospite. E la Germania dovrebbe sapere molto bene come le sue algide flessioni dei muscoli sono sempre percepite dagli Europei con un brivido lungo la spina dorsale. No, figurati, non sto dicendo che i tedeschi sono pronti a scatenare il terzo delirio mondiale. Quel secolo è passato. Però è vero anche che in una comunità di pari, quale l’Unione Europea dovrebbe essere, non può esserci un capoclasse auto-eletto.

Il braccio di ferro è ben noto a tutti: da una parte la Germania e la sua ossessione per i conti in ordine (che non viene dal nulla, badate bene, non è un momento ossessivo-compulsivo da prima della classe, è il retaggio storico-economico delle vicissitudini della Germania durante il secolo scorso), dall’altra Italia e Francia (non da sole) che insistono sulla necessità degli investimenti pubblici per rilanciare l’economia.

La verità è che la Germania è spaventata dalle conoseguenze della debolezza dei vicini e l’unica via che conosce è quella dell’austerità e dei conti che tornano, la forma mentis che le ha permesso di risorgere due volte il secolo scorso, di affrontare la riunificazione e di divenire l’economia più forte del continente, con un settore manifatturiero che effettivamente fa onore a tutti i luoghi comuni sull’industria tedesca. Ma se la sua ricetta non fosse in grado di curare pazienti diversi? L’Espresso ha pubblicato in ottobre un articolo intitolato L’Europa prigioniera della Germania che, malgrado il titolo drammaturgico, consente un po’ di fare il punto della situazione, notando tra l’altro che la crescita tedesca sta perdendo terreno e che, in sostanza, la parsimonia potrebbe rivelarsi controproducente anche in casa.

Insomma, sorge il dubbio che l’intrasigenza germanica (e magari anche una performance economica troppo muscolare?) sia in realtà un ostacolo alla ripresa e alla crescita del resto del continente. Dovremmo aver capito ormai tutti (Grillo, pronto? Mi ricevi?) come l’interdipendenza leghi a filo doppio il destino di tutti nel nostro affollato vicinato (ricordate le voci secondo cui la Merkel lasciò affondare la Grecia per paura che contagiasse il resto dell’Europa?).

Esaurito questo argomento – non che possa esaurirsi né tanto meno che io possa essere esaustiva in materia – mi premeva un’altra questione: lo scandalo romano di Mafia Capitale. Allora, che la Mafia, declinata come Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita non fosse appannaggio del sud Italia e avesse filiali e start-up su tutto il territorio nazionale lo sapevamo tutti. Però fa un po’ male quello che sta venendo a galla, un cancro che ormai ha corrotto tutti gli organi vitali e che getta un’altra palata di fango sul viso ancora bello ma ormai decrepito della Città Eterna. I Romani lo sanno bene, Roma è un grande ingranaggiato inceppato e ormai talmente arrugginito che nessun lubrificante può smuovere. Come oliare i meccanismi della burocrazia e della politica invece queste persone lo sapevano bene. E forse non dovrei nemmeno esserne sorpresa. Ogni volta che disseppelliscono trame di questa portata non posso fare a meno di chiedermi cosa giaccia ancora sotto terra e se dovessi rispondermi temo che non mi rimarrebbe che accasciarmi e piangere di frustrazione. Probabilmente il punto che voglio fare toccando questa questione è che ho paura – tanta paura – che ci siamo abituati alle disfunzioni e che ci siamo stancati di combatterle, è difficile mantenere l’indignazione come stato costante. Ma c’è dell’altro. Quanto lede l’immagine e la credibilità italiane questo scandalo? Chi vorrebbe mai, ragionevolmente, investire in un paese che lascia affondare il proprio gioiello più bello e prezioso in un mare infestato dagli squali?

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