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Band Aid, cooperazione, pregiudizi et al. alla rinfusa

In questi giorni, una persona che conosco (uscita come me dalla SOAS nel 2010) ha pubblicato un post sulla storia dell’ultima iniziativa di Bob Geldof per contrastare l’Ebola: Band Aid, atto terzo. Vi consiglio di leggere il post e gli articoli allegati.

Ora, io personalmente non ho mai amato né We are the world Do they know it’s Christmas? – considerazioni d’altra natura a parte, queste due canzoni sono orrende, a gusto mio. I video della cosiddetta Band Aid li ho sempre trovati discutibili e fastidiosi: un manipolo di celebrità di vario rango che si autocompiacciono del loro impegno umanitario (?) in un’atmosfera autocelebrativa.

Non sono una fan di Bono e della sua boriosa mania di salire in cattedra a insegnare come combattere la povertà, non mi piace che Geldof si metta a bacchettare pubblicamente chi non vuole aderire alle sue iniziative. Figurati che trovo un’anticchia troppo paternalistico anche Peter Singer (che è filosofo e non cantante) e in generale DETESTO chi dice agli altri in che maniera fare la carità – ché già ‘fare la carità’ è un concetto che trovo discutibile ed assolutamente da rivedere.

La questione degli ‘aiuti’ è una questione controversa. Fanno bene. Fanno male. Sono la riparazione di un debito che l’uomo bianca ha nei confronti dell’uomo colorato – l’uomo arcobaleno. Sono l’espressione della solidarietà umana… Nemmeno me la sento di affrontare un tema del genere che richiede un’analisa approfondita coronata da un’opinione il più possibile coerente e solida – sull’analisi ci sto lavorando, essendo il mio campo, ma sulla coerenza e solidità dell’opinione non ci siamo proprio, lo devo ammettere.

Ma!
Ma leggendo l’articolo di al-Jazeera, un sospetto che covo da tempo si è riaffacciato tra i miei pensieri. Ovvero, fino a che punto le iniziative occidentali vengano percepite come intromissioni non gradite, imbevute di paternalismo e condiscendenza in qualsiasi caso, solo ed esclusivamente perché provengono, appunto, da Occidente e fino a che punto queste iniziative vengano interpretate come il tentativo dell’uomo bianco di tacitare la propria coscienza perseguitata dal fantasma delle colpe dei nostri avi misto a un perdurante senso di superiorità. Riassumendo semplicisticamente, la domanda è: ma allora come facciamo, facciamo male? Declinata anche: ma allora è meglio se non facciamo nulla?

Orbene (sto cercando di far tornare di moda le congiunzioni in disuso), la maniera stessa in cui ho esposto il paragrafo di cui sopra mostra chiaramente che ci arrovelliamo ancora sulla dicotomia ‘noi’ vs. ‘altri’. Negli anni ’70 Edward Said ha scritto un libro che conosciamo tutti, almeno per sentito dire, Orientalismo, in cui parlava appunto di questo sistema identitario binario e della lente attraverso cui l’Occidente ha sempre guardato e interpretato l’Oriente. Siamo ancora incastrati in questo schema interpretativo? La domanda ce la siamo – prima o poi – posta tutti, almeno quanti di noi studiano e lavorano nel campo della cooperazione internazionale. Io me lo sono chiesta ripetutamente quando in aprile sono andata in Giordania al seguito di un cardiochirurgo a fare pressione sulle controparti locali per la realizzazione di una organizzazione non-governativa. Un’idea splendida, l’impegno di uomo molto capace e molto caparbio che io stimo molto, lo scontro (culturale?) con la resistenza passiva delle istituzioni locali. Mi sono chiesta, seduta ai tavoli delle varie riunioni, quanto la veemenza del mio compagno fosse paternalistica e quanto la sua costante minaccia di abbandonare il progetto fosse intrisa di quel senso messianico da uomo bianco venuto a salvare l’inconcludente uomo arabo. Nota bene: e’ ovvio che non ritengo il mio compagno capace di simili sentimenti, parliamo qui di come la sua strategia di negoziazione possa essere stata percepita e interpretata.
Ad ogni modo, il relativismo che porta a discutere e destrutturare l’opportunita’ stessa di agire rischia di trascinarci nel baratro dell’indifferenza e della passivita’, degenerazione deprecabile almeno quanto quella del delirio d’onnipotenza all’estremo opposto dello spettro; cionondimeno, credo sia opportuno mettere sempre tutto in discussione, non necessariamente pretendendo di risolvere contraddizioni e fugare dubbi – Dio ci salvi da chi non ha dubbi ne’ si contraddice!

Comunque, la provocazione di questo post e’ la seguente: sono questi ‘altri’ incastrati quanto noi nella dicotomia identitaria di cui sopra? Interpretano le nostre dimostrazioni di interesse e tentativi – a volte disastrosi o palesemente opportunistici – di dimostrare solidarieta’ fattiva sulla base della nostra generica appartenenza al mondo occidentale? Si trascinano dietro il risentimento per la nostra –  eufemisticamente, non edificante – esperienza colonialista? Sto, in questo modo, invertendo i termini delle ‘accuse’ che vengono rivolte agli agenti della cooperazione internazionale, vale a dire quella di defraudare la persone su cui agiscono della capacita’ di agire autonomamente senza bisogno di tutor (accusa non infondata, badate bene). Attenzione: mai mi verrebbe in mente di lanciarmi in affermazioni orientalistiche quali: “Certo, manco un ‘grazie’…”, non e’ questo il punto. Non stiamo discutendo di ingratitudine, non scherziamo.
Probabilmente il punto di queste righe e’ che la dicotomia ‘noi’ vs. ‘altri’ non e’ un problema occidentale ma permea di se’ non solo l’immagine che l’occidentale ha dell’orientale (per metterla in termini Saidiani) ma anche l’immagine che l’orientale ha dell’occidentale, siamo tutti in qualche modo vittime dei pregiudizi. Ed ecco perche’, a mio modesto modo di vedere, la cooperazione ha molto piu’ senso della carita’ e dell’aiuto. Cooperare significa lavorare insieme da eguali, e non nasce dalla voglia – qualunque ne sia la fonte – di aiutare qualcuno ma da quella di perseguire un’obiettivo comune.

P.S. Su questo post gradirei tantissimo dei commenti, perche’ e’ un argomento che mi provoca frequenti e accesi dibattiti interiori.

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